Scuola a casa con altri bambini

Uno degli scogli più imponenti, quando si sceglie un percorso di apprendimento non scolarizzato come quello della scuola a casa, indubbiamente può essere la solitudine. Non quella dei bambini, beninteso, che, non ci stancheremo mai di dirlo, possono socializzare senza alcuna difficoltà anche senza scuola, ma quella dei genitori.

Intraprendere un percorso da noi ancora pionieristico, in assenza di modelli certi e di condivisione, può essere molto pesante. Così come è indubbiamente molto impegnativa l’organizzazione: predisporre un ambiente didatticamente stimolante, aggiornarlo in virtù dell’evoluzione del bambino, proporre attività adeguate, organizzare gite, esperienze significative, mettere il bambino in condizione di approfondire i suoi interessi nel modo più interdisciplinare possibile….

Un bambino non smette mai di imparare. Questo significa che l’homeschooling non finisce mai. Non ha orari, non ha tempi morti. E’ meraviglioso durante l’infanzia, ma indubbiamente anche molto impegnativo.

Un modo per alleggerire il carico genitoriale, senza però ricorrere alla delega didattica, è l’homeschooling di gruppo. Più famiglie homeschoolers possono decidere di riunirsi per condividere lezioni, materiali, esperienze didattiche (del resto quale esperienza non lo è?), momenti ludici. Ma anche dubbi, insicurezze, problematiche.

Anche dal punto di vista dell’iter burocratico da affrontare e dei rapporti con le istituzioni, soprattutto se si sceglie di affrontare l’esame di idoneità annuale, far parte di un gruppo può indubbiamente rappresentare un vantaggio.

E’ insomma una soluzione di certo vantaggiosa per i genitori, ma che può essere estremamente proficua anche per i bambini. Prima di tutto perché ogni “altro” è una risorsa, e ogni persona un potenziale mentore. Quindi, moltiplicando le persone con cui il bambino si relaziona, in un contesto in cui comunque può apprendere liberamente senza curricula preconfezionati, ogni persona, adulta o coetanea, con la quale il bambino si relaziona – a maggior ragione se con continuità – può trasmettergli le proprie passioni, iniziarlo a scoperte ulteriori, essere foriera di nuovi stimoli.

Questo può aiutare anche a colmare le lacune: se non si è appassionati di matematica, se non ci si sente creativi, molto facilmente qualcun altro, nel gruppo, lo sarà.

Inoltre in questo modo i bambini, pur senza il contesto rigido di una classe, con tutto ciò che comporta, possono esperire l’apprendimento in gruppo. Imparare gli uni dagli altri, elaborare collettivamente le scoperte.

Questo potenziale punto di forza è però anche un potenziale punto debole dell’homeschooling collettivo: è importante fare attenzione a che non si instaurino dinamiche sovrapponibili a quelle scolastiche, derive verso l’uniformità di contenuti, routine collettive sottilmente imposte, una realtà in cui il gruppo, anziché amplificare, soffochi il singolo.

A questo si può comunque facilmente ovviare limitando i momenti condivisi, dal punto di vista del tempo, come pure – volendo – dei contenuti (decidere di fare insieme un laboratorio tematico specifico, ad esempio).

E’ però necessario, possibilmente prima di costituire il gruppo, confrontarsi apertamente e con maggior chiarezza possibile riguardo alcuni aspetti.
La maggior parte delle esperienze di didattica alternativa terminano a causa di contrasti tra i genitori coinvolti. Chi ne fa le spese, sia dal punto di vista della continuità didattica sia da un punto di vista affettivo e relazionale, sono però i bambini.

E’ perciò necessario chiarire preventivamente la quantità e la qualità di impegno che ogni partecipante è disposto a investire, e che ognuno si aspetta dagli altri.

Le situazioni in cui la gestione del gruppo ricade prevalentemente su uno o due genitori hanno vita breve, e causano malcontento generale. Meglio quindi accordarsi con precisione prima di intraprendere il percorso comune.

Sarebbe anche consigliabile che il gruppo si riunisse in uno spazio neutro oppure, laddove questo non fosse possibile, che gli incontri si tenessero alternativamente nelle case di ogni famiglia coinvolta, non sempre nella stessa. Questo dà modo a tutti i bambini coinvolti di condividere nella stessa misura i propri spazi, e anche di gestire liberamente la frequenza, decidendo se andare oppure no, nei momenti concordati. Diversamente il bambino “ospitante” ha da un lato l’obbligo di partecipare, essendo a casa sua, e anche quello di aspettare, peggio se invano, gli altri partecipanti. In ogni caso, fermo restando la libertà di fondo, sarebbe meglio se l’esperienza venisse condotta con una certa costanza e continuità.

In mancanza di altre famiglie homeschoolers vicine si possono condividere momenti di apprendimento anche con bambini scolarizzati le cui famiglie intendano fare homeschooling part time, organizzando, uno o due pomeriggi a settimana, incontri ludico-didattici.

I benefici, anche in questo caso, possono essere molti, sia per il bambino homeschooler, sia – e forse soprattutto – per il bambino scolarizzato, che ha modo di esperire anche un apprendimento “altro” rispetto a quello scolastico.

E voi, avete esperienza di homeschooling collettivo? Quali sono stati i lati positivi e quali le criticità? Raccontatemi!

Irene Malfatti


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