Bambino iperattivo, cosa NON fare

La notizia di un insegnante di Port Hardy (in Canada ndt) che ha appiccicato al banco la testa di un bambino di sette anni dovrebbe far suonare l’allarme sulla cattiva preparazione del nostro sistema educativo nell’affrontare il numero crescente di bambini che combattono con il disturbo del deficit di attenzione e iperattività, nonché con altri problemi neuropsicologici.

La risposta di quest’insegnante potrebbe non essere emblematica né del suo comportamento abituale, né di quello degli insegnanti in genere, cionondimeno esemplifica la frustrazione impotente di molti educatori quando devono confrontarsi con il comportamento disturbatore e fuori controllo del bambino agitato che, con le sue sole forze, sembra avere il potere di mandare a monte i progetti didattici di un’intera giornata.

Ma se vogliamo evitare quegli atteggiamenti colpevolizzanti che tanto spesso trasformano in umiliata costernazione l’esperienza scolastica del bambino con problemi di attenzione, è necessario condurre una ricerca amorevole sulla vita emotiva del bambino e apprezzarne gli impulsi psichici e fisiologici che guidano il suo comportamento. Oltre a ciò, le amministrazioni scolastiche e governative dovrebbero evitare che solo agli insegnanti venga attribuita la responsabilità di ciò che è, con sempre maggiore evidenza, un crescente problema di portata sociale.

I bambini con problemi di attenzione, di iperattività, o con altri disturbi di apprendimento, perlopiù agiscono come agiscono senza operare una scelta consapevole. Ben lungi dal commettere malefatte in modo deliberato, mettono in atto impulsi che essi stessi non comprendono e sui quali hanno ben poco controllo.

Il piccolo di sette anni a Port Hardy non può stare seduto fermo per la semplice ragione che il suo cervello non glielo permette. La parte della sua corteccia cerebrale, o materia grigia, che dovrebbe presiedere all’inibizione dell’impulso a muoversi e agitarsi di continuo non è all’altezza del proprio compito. Rimproverare un bambino così per la sua irrequietezza e tentare di controllarlo con mezzi coercitivi e punitivi non funzionerà. Nel breve periodo potrebbe trarre qualche giovamento dall’uso di farmaci, ma a lungo termine il problema è come permettergli di raggiungere una certa pace psichica e il controllo dei propri impulsi.

Le scuole, dal canto loro, non possono soddisfare la fame di attenzione, di amore e accettazione di questi bambini dalla sensibilità estrema, possono però iniziare almeno col non rendere ancora peggiore il problema attraverso misure disciplinari mal concepite.

Come ci si comporta, per esempio, con il bambino che in classe recita in modo compulsivo la parte del pagliaccio? Come tutti i tratti dell’ADD (attention deficit disorder), questo comportamento ha una sua logica intrinseca, non vista dal bambino: se non può essere alla ribalta grazie alle conquiste scolastiche, lo farà cercando un modo per mettersi in mostra. Mancandogli il riconoscimento e l’accettazione del mondo adulto, farà di tutto per ottenerli dai coetanei, a qualunque costo.

La soluzione non sarà quella di umiliarlo o punirlo di fronte alla classe, ma di inviargli il messaggio che è accettato appieno come membro prezioso e significativo della comunità scolastica al di là dalla sua resa didattica. È apprezzato per ciò che è, non per ciò che potrebbe essere in grado di fare. Per quanto sia difficile per l’insegnante già sovraccarico di lavoro, nella confusione e nei mille impegni di una classe, riuscire a raggiungere quel bambino ogni giorno, anche solo per un breve istante, sarà molto più d’aiuto di qualsiasi istruzione dettata con severità.

Si nota spesso che molti bambini con scarse abilità attentive riescono a funzionare piuttosto bene in presenza di un adulto dedito e amorevole. La ragione di questo apparente paradosso è che l’interazione emotiva che nutre affettivamente produce dei cambiamenti nella chimica del cervello. La dopamina, di cui è carente il cervello del bambino che soffre di ADD, tanto importante per l’attenzione e la motivazione, può essere fornita non solo con le pillole di Ritalin, ma anche grazie all’interazione con un adulto attento e premuroso.

Tantissime volte bambini e adolescenti con disturbo di attenzione mi hanno detto quanto sia più facile per loro ottenere buoni risultati con quegli insegnanti che gli si rivolgono con calore e con rispetto, e che non li trattano con autorità fredda e condiscendente, bensì con empatia e umorismo rassicuranti. Un insegnante può compiere meraviglie se riesce a vedere e sentire il bambino vulnerabile e ferito che si cela dietro l’atteggiamento annoiato, il tono indisponente e i gesti di apparente ribellione e oppositività.

Non tutti i cervelli funzionano allo stesso modo. È pura follia uniformare le aspettative come se non ci fossero differenze nella chimica del cervello, nei bisogni emotivi, o nei livelli di maturazione di un bambino rispetto a un altro. Dovrebbe esserci sufficiente flessibilità nel sistema educativo per dar spazio agli schemi di pensiero individuali e ai diversi stili di apprendimento. In quest’epoca di approccio all’educazione da registratore di cassa, i primi a essere sacrificati sono stati gli insegnanti di sostegno e gli aiuti ai maestri e professori, proprio quelle persone che potrebbero dare all’insegnante di classe un po’ di respiro e offrire ai tanti studenti con bisogni speciali un aiuto paziente, un contatto individuale e un sostegno emotivo.

I più problematici fra questi bambini sono sempre più spersi, disperati, arrabbiati e, prima o poi, saranno quasi senza speranza. Se queste politiche continueranno, il costo per la società sarà enorme, e per i ragazzi addirittura devastante.

L’incidente di Port Hardy dovrebbe svegliarci tutti.

Traduzione dall’inglese di Michela Orazzini

Tratto da www.drgabormate.com (sito del Dr. Gabor Maté, coautore con Gordon Neufeld del nostro I vostri figli hanno bisogno di voi)


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