Bambini a scuola, le prove Invalsi

Si sono appena concluse le prove Invalsi per i bambini della scuola primaria, seconda e quinta, e questo mio contributo avrebbe forse dovuto essere scritto e pubblicato qualche settimana fa, ma l’articolo che ho appena letto  mi ha convinto della necessità di non attendere il prossimo anno per presentare le mie considerazioni, valide da sempre ma oggi confermate da quanto dichiara la neopresidente dell’istituto che confeziona queste prove e che le mette ora in discussione quantomeno nella loro formulazione.

Per chi non avesse ancora avuto occasione di imbattersi in questo passaggio ormai rituale della scuola italiana, due parole di spiegazione: all’inizio del mese di maggio ai bambini e bambine delle due classi indicate, in tutta Italia, vengono somministrati da insegnanti differenti dai propri alcuni test di accertamento delle loro competenze in italiano, matematica e scienze.

Il tutto dovrebbe servire per una rilevazione su scala nazionale del livello di conoscenze e competenze raggiunto dalle diverse classi, operando con criteri di comparazione, di risultati medi. Si tratta di test molto differenti dalle prove di verifica, pure molto discutibili, che normalmente vengono proposte dagli insegnanti e che riempiono i vari libri ed eserciziari in uso nella scuola. E anche su questo ci sarebbe da riflettere.

Come sulla somministrazione dei test senza alcuna differenziazione obbligatoria (se prevederla a meno è a discrezione della scuola) per gli alunni che presentano disturbi di apprendimento (dislessia o analoghi) o per gli alunni migranti con ancora limitata competenza nella lingua italiana per i quali invece nulla di specifico è previsto, incredibilmente.

L’ansia da valutazione che prende per l’occasione la gran parte degli insegnanti (oltre all’effetto alone che possiamo immaginare abbia sui bambini) porta a cercare di evitare brutte figure con un allenamento intensivo che inizia almeno un paio di mesi prima e che porta sia in orario scolastico che nei compiti a casa a simulazioni della prova stessa e ad esercizi per affinare la comprensione delle domande. Esistono ormai tomi e siti internet pieni delle prove degli scorsi anni o di test analoghi per impostazione e contenuti.

Senza un buon allenamento registrare una buona prova il giorno fatidico è infatti molto difficile; già, perché, come ammette la dott.ssa Ajello nell’intervista, la formulazione dei quesiti non è proprio immediata, anche per un adulto competente messo di fronte alle domande cui dovrebbe rispondere un bimbo di seconda elementare in poco tempo e in una condizione di presumibile agitazione data dal trovarsi in una situazione di verifica così caricata di significati e con di fronte un insegnante semisconosciuto. Domande trabocchetto a cui sopravvivere, appunto, solo con molte simulazioni che hanno il solo scopo di superare con risultati dignitosi, rispetto alla famosa media nazionale, la prova.

Un problema dell’insegnante questo, direi, meno dei bambini che dell’immagine e della collocazione in una scala nazionale della loro classe e della scuola a cui sono iscritti interessa forse pochino.

Ore, giornate, perse (e non ho dubbi nell’affermare che lo siano) per evitare di finire sotto quella media, quando poi mancano i momenti, pena l’inammissibile non conclusione della programmazione definita ad inizio anno, per organizzare un progetto di manualità, un’uscita in più sul territorio, un approfondimento stimolato dalla curiosità di uno o più bambini.

Tutto per rimanere in una logica di valutazione del sistema che, dopo l’imposizione dei voti numerici a bambini di sei anni, su cui torneremo, suggerisce che sia la furbizia, prima e dopo, a salvare i nostri bambini da una riflessione critica sugli esiti dei percorsi di apprendimento che realizziamo, e della fragilità di essi, di cui invece ben ci rendono conto altri tipi di riscontri nelle misurazioni delle competenze su scala europea.

Da insegnante, causa anche le maternità degli ultimi anni, non mi sono ancora trovata nella concomitanza di essere in servizio nelle classi coinvolte per lo svolgimento delle prove INVALSI; se mi capitasse, e mi capiterà, sceglierò di aderire allo sciopero che alcune organizzazioni sindacali indicono per l’occasione e come mamma, quando sarà il momento, credo che le mie figlie quei giorni risulteranno assenti con invio di una lettera al dirigente scolastico che presenti le mie motivazioni.
Una possibilità di scelta alternativa e di coerenza con la propria coscienza e convinzione esiste, sempre. Teniamolo presente.

E auguriamo buon lavoro alla signora Ajello.


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