Valutazione a scuola: sì, ma come?

Questo contributo non può che riprendere alcune delle riflessioni del precedente articolo che, partendo dalle prove INVALSI apre inevitabilmente ed anche in modo diretto una più ampia riflessione sulla valutazione a scuola, nel percorso di apprendimento che i nostri figli e/o alunni affrontano in classe.

Quasi in simultanea con la pubblicazione del mio contributo usciva su un altro sito quella del direttore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) di Piacenza, Daniele Novara, pedagogista a cui mi lega un’amicizia che affonda nel tempo della guerra in ex Jugoslavia e che negli anni ci ha fatto perdere di vista pur con sporadici incontri più o meno casuali. Leggere il suo commento mi ha fatto dapprima sorridere rispetto al permanere di visioni comuni pur nella distanza fisica e temporale, segno della profondità di alcune affinità non superficiali… E rileggendolo ancora ho trovato proprio il pezzo di riflessione con cui avrei voluto proseguire quella che, aperta dal tema dei test INVALSI, vorrebbe avere un respiro più ampio.

L’articolo di Daniele Novara riporta bene l’attenzione al tema della valutazione dei processi e non dei prodotti dell’apprendimento e ci aiuta a rimanere sulle domande di senso pedagogico che dovrebbero essere la nostra bussola: come, quando, quanto e con che strumenti valutare sono scelte che dovrebbero discendere da una preliminare risposta a quella domanda originaria: come imparano i bambini, e poi: imparano tutti nello stesso modo?

Secondo un approccio montessoriano di libertà e amore, ad esempio, nella scuola dell’infanzia e primaria , fino circa a 12 anni, l’apprendimento avviene prevalentemente attraverso l’esperienza, l’uso dei sensi, il “fare” mediato da un ambiente adeguato e dai materiali didattici pensati per l’acquisizione dei diversi concetti. L’utilizzo di materiale didattico autocorrettivo è lo strumento principe per insegnanti e soprattutto per i bambini per tenere monitorata la comprensione e acquisizione dei vari concetti.

Inoltre, secondo la lettura montessoriana (che però direi evidenzia un aspetto piuttosto evidente per qualsiasi insegnante) i tempi di apprendimento non sono uniformi da bambino a bambino; immaginare quindi in una sezione Montessori di sottoporre, date queste premesse, tutta la classe, nello stesso momento ad una prova di verifica astratta come la compilazione di una scheda o la risposta a domande scritte od orali più o meno standardizzate risulterebbe a chiunque piuttosto contraddittorio, no?

Tuttavia nella scuola tradizionale questa è la norma e pochi hanno di che obiettare, nonostante ci si interroghi contestualmente sull’individualizzazione del percorso di apprendimento, sui bisogni educativi speciali, sulle specificità portate dagli alunni migranti, sulle intelligenze multiple e sulla valorizzazione dei diversi stili cognitivi.

Allora mi piacerebbe che diventasse consuetudine, per insegnanti e genitori, ripensare al momento della valutazione recuperandone il senso che le appartiene: quello di riuscire a fotografare le tappe di un percorso che abbiamo tracciato e ogni giorno approntiamo al meglio per i nostri bambini e che ciascuno sta percorrendo con i mezzi che possiede, con il passo che può tenere. Ci troviamo spesso a ripetere loro che la scuola non è una gara ma poi livellando le differenze nel momento sensibile della valutazione rischiamo di cadere in contraddizione e, come avrebbe detto magistralmente don Milani, di commettere il più grave degli errori e delle ingiustizie, ossia quello di “fare parti uguali tra diseguali”.

E questo accade con la standardizzazione delle prove di verifica e con l’utilizzo di formule di valutazione semplificatrici. Perché un voto come quelli numerici a cui siamo vincolati da alcuni anni è davvero la peggiore delle trappole in cui possiamo cadere come educatori, insegnanti e genitori.

Lo diceva bene un’insegnante che ha scritto in occasione della fine del primo quadrimestre di quest’anno alcune righe che hanno poi avuto grande successo in rete; potrebbe trattarsi anche di un falso “letterario” ma il contenuto trovo sia assai condivisibile, anche nella sua emotività, aspetto che non guasta quando si ha a che fare con i bimbi che di questa ne hanno da vendere…

“Non sono stata capace di dire no. No ai voti. Alla separazione dei bambini in base a quello che riescono a fare. A chiudere i bambini in un numero. Ad insegnare loro una matematica dell’essere, secondo la quale più il voto è alto più un bambino vale.

Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto.

I voti fanno star male chi li mette e chi li riceve. Creano ansia, confronti, successi e fallimenti. I voti distruggono il piacere di scoprire e di imparare, ognuno con i propri tempi facendo quel che può. I voti disturbano la crescita, l’autostima e la considerazione degli altri. I voti mietono vittime e creano presunzioni.

I voti non si danno ai bambini. In particolare a quelli che non ce la fanno.

La maestra lo sa bene, perciò è colpevole. Per non aver fatto obiezione di coscienza.”

E mi rendo conto che anche questa volta finiamo, con parole non mie ma di una collega, con l’importante principio di provare a compiere scelte consapevoli, anche difficili, ma che rispondano in profondità a quelle domande, quelle che per primi i nostri bambini ci pongono quando si affidano a noi per crescere, imparare e per saperlo fare davvero, al di là di quello che registrano le prove “oggettive” che a noi adulti danno tanta sicurezza.

Sonia Coluccelli


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