Educare i bambini ai sentimenti, una priorità!

Le terribili vicende di questi giorni, i delitti efferati consumati in famiglie “per bene” costituite da persone altrettanto insospettabili ci sbattono in faccia la drammaticità e l’urgenza di educare i nostri figli e la nostra società a dare valore ai sentimenti e all’importanza degli affetti e delle relazioni.

È molto facile sbattere i mostri in prima pagina con frasi violente e istinti altrettanto omicidi nei loro confronti. Ho sentito frasi dette di fronte a bambini quali “dovrebbero bruciarlo vivo!”,  “Impalarlo finché non muore!” Questo non è l’esempio che serve ai nostri bambini.

Ci sono trasmissioni televisive, libri e siti web dove si inneggia ad ignorare il loro pianto, i loro “capricci” e le loro paure. Bambini soli che reprimono le loro emozioni negative perché gli adulti non le accettano, perché il bambino bravo, indipendente e autonomo secondo il nostro ideale culturale, è quello che non piange, non urla, non fa i capricci, non disturba i genitori, non li chiama, soprattutto di notte.

Questi bambini poi cresceranno e forse non sapranno esprimere e gestire i loro sentimenti perché avranno imparato a ignorare parti di sé; forse, ripeto: forse non sapranno dire ti amo, non sapranno farsi amare, si bloccheranno, poiché non sono stati cresciuti secondo una cultura del contatto fisico ed emotivo, dell’affettività in cui i conflitti e le frustrazioni non si evitano ma si accolgono, si affrontano e si gestiscono senza ricorrere alla violenza, con l’ascolto, ma soprattutto con l’accettazione dei sentimenti negativi di tutti, grandi e piccini.

Oppure, una volta cresciuti, le loro pulsioni potrebbero saltare fuori all’improvviso con modalità infantili e anaffettive e li potrebbero far diventare i mostri che leggiamo sui giornali, capaci di tutto pur di riaffermare il loro diritto alle stesse pulsioni fino a quel momento nascoste chissà dove dentro di loro.

Ognuno di noi ha il seme della compassione dentro di sé fin dalla nascita: questo poi viene alimentato con le esperienze relazionali e affettive che incontriamo nella nostra vita intera. Sia chiaro: non sto dicendo in maniera banale e deterministica che tutto questo sia stabilito da una legge di causa ed effetto che tiene conto unicamente del tipo di accudimento genitoriale, ma soltanto che dobbiamo riflettere su questi aspetti educativi e sul loro impatto emotivo nella crescita degli individui, nella totalità dei loro aspetti.

La ricerca epigenetica ha aperto finalmente grandi aree di studio su questi temi e di sicuro nei prossimi anni ne sapremo molto di più. Quanti di noi adulti, infatti, sono a loro agio a parlare dei propri sentimenti e delle proprie emozioni, soprattutto di quelle negative? Quanti di noi da bambini sono stati educati ad accettare e rielaborare anche le emozioni proprie e altrui? Quanti accettano le proprie e altrui debolezze? Quanti di noi dimostrano empatia profonda (attenzione: non sim-patia, ma em-patia) anche verso chi procura rabbia e frustrazione?

Le nuove generazioni devono  praticare questa nuova consapevolezza morale anche fuori dalla famiglia: bisogna inserire l’educazione affettiva ed emozionale a livello didattico, dall’asilo fino all’università! Nel mondo attuale invece l’economia e la società non sono sostenute dall’etica, ma si reggono solo sull’opportunità, sulla competizione, sul profitto individuale e sull’egoismo.

A me stupisce la violenza degli eventi di questi giorni ma stupisce anche la reazione di tanti. Una reazione che sembra allontanare e circoscrivere persone etichettandole come “mostri” come se non fossero fra noi e non fosse una responsabilità di tutti noi fare qualcosa a livello sociale per fermare questo scempio di violenza.

È arrivato il momento di riflettere sui metodi e suoi contenuti educativi della nostra cultura. Di dare valore all’educazione affettiva di grandi e piccini, di rispettare i sentimenti di tutti. Di dare esempi di affettività, ascolto ed empatia, anche quando ci riesce difficile. E dobbiamo anche imparare a comunicare senza fare vittime. Comunicare senza violenza ma nel rispetto dei ruoli e della dignità di tutti.

Di fronte ad un bambino che urla possiamo dire: “Sei arrabbiato? Mi sembri tanto arrabbiato! Vorrei tanto sapere perché… sono qui con te, ti accetto anche se urli. Cosa posso fare per aiutarti?” Quello sarà un bambino che quando un giorno vedrà qualcuno urlare forse saprà ascoltare.

Di fronte alle botte date ai bambini, ancora c’è chi le giustifica se sono “solo” coppini, scappellotti, buffetti, patacche. “Tanto non è mai morto nessuno”, dicono. Sono atti di violenza. Punto. Così come le punizioni. Atti di potere, non di educazione. Questo non significa ovviamente che i genitori siano indenni da errori o da dubbi, né che i bambini non debbano avere sacrosante regole di comune convivenza ed educazione.

Siamo abituati a categorizzare, etichettare, giudicare, estremizzare, allontanare da noi emozioni negative e sentimenti spiacevoli, ma esistono e fanno parte di ognuno di noi! Siamo abituati a far prevalere la parte razionale rispetto a quella emotiva, perché dobbiamo ottenere, perseguire la crescita economica, consumare, produrre. Siamo abituati a cancellare, negare e anche quindi ad eliminare chi o cosa ci limita e ci fa sentire in gabbia. I nostri emisferi cerebrali sembrano sempre più divisi e non comunicanti così come ci spiegano i neuroscienziati.

A livello sociale dobbiamo avere posti dove poter chiedere l’aiuto di professionisti capaci di un ascolto emotivo profondo, di empatia, anche fra colleghi, fra amici e soprattutto in famiglia.

Andare in piazza, fuori casa, con le scarpe rosse va benissimo, ma poi a casa ci torniamo e i delitti avvengono proprio lì. Che dire poi della crisi evidente che c’è del femminile e del maschile, di ruoli confusi che determinano onnipotenza e mancanza di confini e di responsabilità reciproca.

La nostra società è forgiata su un ego patriarcale che non lascia sufficiente spazio e riconoscimento alla parte affettiva di ognuno di noi che è più prettamente femminile ma non esclusivamente femminile. Per questo quindi vediamo donne che soccombono a uomini che ancora non hanno elaborato il distacco dalla figura materna o che si identificano con padri violenti o assenti.

Insomma, senza addentrarci in un seppur necessario discorso antropologico e neuroscientifico, che ci fornirebbe senza alcun dubbio un sacco di prove al riguardo, credo che l’unico tentativo che ognuno di noi possa fare nel proprio piccolo sia quello di capovolgere la nostra cultura dando valore al contatto fisico ed emotivo, ai sentimenti, alle emozioni, ai bisogni di tutti, all’educazione affettiva, alla compassione e all’empatia.

Parlare dei sentimenti coi bambini, ascoltare le mamme già dalla gravidanza, nel parto, fornire ambienti e occasioni in cui le famiglie, i padri si sentano accolti anche nell’espressione dei loro sentimenti negativi e più nascosti, sia nei confronti dei familiari che dei bambini: questo può fare la differenza.

Nella crisi dei ruoli paterno e materno si interseca la crisi dei rapporti di coppia che non ha confini, spazi di rielaborazione e condivisione ed esempi sufficienti per trovare soluzioni resilienti e non violente. La nostra società deve cambiare. Maria Cristina era una di noi, e anche Carlo.

Alessandra Bortolotti


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