In gravidanza, giù le mani dalle pance delle mamme!

Ogni giorno assisto a scene di vita vissuta personalmente, dove le pance delle mamme in gravidanza sono protagoniste di innumerevoli sfregamenti e improbabili carezze ad opera di conoscenti e amici.

Perché è usuale salutare una donna nei nove mesi di attesa e approcciarsi al suo bambino, sconfinando in uno spazio intimo e prezioso, perché custode di vita, senza chiedere il permesso.

Mi tornano in mente le parole di una carissima collega, Maria Isabella Robbiani, Psicologa e Haptoterapeuta* Perinatale, sul valore incredibile del Con-Tatto, veicolo elettivo di emozioni e sensazioni. E sulla nostra, spesso superficiale, modalità di stabilire un contatto nutriente rispettando i tempi e la disponibilità dell’altro, di accoglierci. Perché è facile avvicinarsi, accarezzare, abbracciare, toccare le pance, ma entrare in relazione con chi si ha difronte è tutt’altra cosa.

Soprattutto se l’altro è una madre e il suo bambino, diade unica e simbiotica in continua relazione, che non necessita di mani estranee e spesso disattente. Perché quando ci avviciniamo agli altri è bene osservare i confini e le distanze, spazi necessari per relazionarsi in maniera rispettosa, prendendo in considerazione la prossemica** di ognuno. Ed entrare in contatto diventa una splendida occasione di condivisione dove le emozioni si svelano e silenziosamente si raccontano. E dove le mani, la mente e soprattutto il cuore si sintonizzano con l’altro, in un reciproco scambio che arricchisce e nutre.

Ecco perché diventa sempre più forte il pensiero “Giù le mani dalla mia pancia!” inteso come bisogno di stabilire un confine necessario per tutelare uno spazio sacro e personale. Come operatore sanitario assisto spesso a “involontari sconfinamenti “da parte di noi operatori, verso le mamme in attesa in cui la pancia viene toccata, ascoltata, osservata e spesso disturbata, attraverso movimenti meccanici e irrispettosi dei tempi di accoglienza necessari alla madre e al suo bambino, per sostenerli. E mi accorgo quante volte “entriamo”, senza chiedere il permesso, violando uno spazio amniotico e intimo, condizione necessaria per un’endogestazione di crescita non solo anatomica, ma soprattutto emotiva, del bambino.

Ma è davvero così necessario “toccare” le pance delle mamme? E soprattutto mi chiedo cosa stiamo trasmettendo, attraverso il nostro “tocco” alcune volte frettoloso, alla mamma e al suo bambino? Perché il rispetto e la cultura al riconoscimento delle emozioni inizia da qui, dalle nostre pance, luogo elettivo di educazione emotiva per il nostro bambino e per la società. E l’incontro con una mamma in attesa diventa un’occasione per riscoprire e riflettere sul valore inestimabile del Con-Tatto, linfa vitale per vivere in relazione.

Iniziamo da oggi, impariamo a chiedere il permesso, perché entrare in contatto con l’altro in maniera superficiale, è come entrare in casa altrui senza bussare.

E questo, ci hanno insegnato in tempi remoti, non si fa.

Cecilia Gioia

*L’haptonomia è una disciplina fondata nel 1945 dal medico olandese Frans Veldman che studia il contatto affettivo e i suoi effetti. Il termine che la denomina si compone di due parole greche: haptein, ‘contatto’, e nomos, ‘scienza’; la definizione che se ne può dare è scienza dell’affettività e delle relazioni emozionali umane.

** Il termine prossemica è stato introdotto dall’antropologo americano E.T. Hall negli anni Sessanta del XX secolo per indicare lo studio dello spazio umano e della distanza interpersonale nella loro natura di segno. La prossemica indaga il significato assunto, nel comportamento sociale dell’uomo, dalla distanza che questi interpone tra sé e gli altri, tra sé e gli oggetti, e, più in generale, il valore che viene attribuito da gruppi culturalmente o storicamente diversi al modo di porsi nello spazio e di organizzarlo, su cui influiscono elementi di carattere etnologico e psicosociologico.


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