Il parto naturale come transizione

“I racconti relativi alle sensazioni provate dai neonati fuori dall’utero nei primi minuti e nelle prime ore di vita coincidono con i racconti esagitati tipici di un parto ospedaliero: grida, smorfie di dolore, agitarsi di braccia e gambe, il corpo scosso da tremiti.

Fortunatamente, i loro racconti narrano a volte qualcosa di infinitamente migliore: un trattamento delicato, un caldo e commosso abbraccio, sorrisi radiosi e legami non spezzati”

[D. Chamberlain, I bambini ricordano la nascita, 1998]

Abbiamo visto negli articoli precedenti come la relazione che si instaura durante la gravidanza tra madre e feto (e anche padre e feto) trovi adeguata e benefica continuità e prosecuzione se la situazione lo consente; ciò significa che la modalità con cui viene gestito l’evento “parto” non è certo indifferente al fine di promuovere il benessere del neonato e dei suoi genitori, la madre in particolare.

Come recita il titolo di questo paragrafo, il parto dovrebbe rappresentare una transizione, una fase di passaggio, obbligata ma non per questo immeritevole di cura ed attenzione, anzi. Esattamente il contrario!

Il fatto che il parto debba aver luogo dovrebbe impegnare profondamente gli operatori sanitari coinvolti a renderlo quanto più naturale possibile, evitando scenari ipermedicalizzati, ove sembrano essere le macchine e i dati ad avere la meglio sulle sensazioni e sulle percezioni.

Purtroppo in Italia non esiste ancora una cultura del Parto come evento naturale ed anche la gravidanza tende sempre più ad essere vista quasi come una malattia anziché come una fase fisiologica e naturale della vita di una donna. Per cui la medicalizzazione della gravidanza (troppe ecografie, esami non necessari, ansie placate con continui consulti medici…) e del parto rappresenta un dato di fatto della situazione attuale.

In Italia oltre il 65% delle gravidanze ha un decorso fisiologico senza alcun tipo di complicazioni. Nonostante questo, si fanno in media 5 ecografie in luogo delle 3 consigliate, solo un 30% delle donne in attesa segue i corsi di accompagnamento alla nascita.

Il numero dei tagli cesari è ben superiore a quello indicato nelle raccomandazioni dell’OMS (15%); nelle Isole tocchiamo percentuali del 35-40% (unico caso in Europa) e “in gran parte si tratta di atti medici inutili o addirittura dannosi per la salute della donna e del neonato.

Tutti questi bambini la cui nascita viene programmata per “esigenze” organizzative ed economiche di ospedali e ginecologi, tutti questi genitori privati della possibilità di vivere pienamente e liberamente il travaglio ed il parto senza paura… come possono non risentire di queste interferenze sostanziali sul normale procedere delle cose? Alcune ricerche hanno dimostrato significative differenza tra i nati da taglio cesareo e da parto eutocico.

È evidente che mi riferisco a quelle situazioni di gravidanza fisiologica senza complicazioni; a quelle situazioni, cioè, che presentano i tratti favorevoli ad un epilogo naturale, ove il parto rappresenti una fase di passaggio per tutti: il feto diviene neonato, la madre ed il padre divengono genitori a tutti gli effetti e le relazioni tra loro si modificano nel senso di una maggiore completezza e pienezza.

Il “Manifesto del Parto-Nascita” a cura dell’ANPEP (2004) chiarisce nettamente questi aspetti del parto come transizione necessaria delle relazioni; il punto 10, ad esempio, recita: “Il vissuto del parto si propone, per le sue forti connotazioni emotive e intense implicazioni affettive, relazionali, sessuali ed esistenziali (…) come una esperienza insostituibile della vita personale della madre, del padre, ma anche come una esperienza essenziale per la nascita e la maturazione del figlio (corsivo mio): tanto che, se per qualche motivo questo vissuto non dovesse avvenire, può lasciare una ferita ed un vuoto incolmabile nella coscienza dei genitori e alterare la relazione di questi con il figlio. Per questo e per altri motivi si consiglia di fare in modo che in seguito esso venga adeguatamente recuperato, elaborato e integrato nella loro vita”.

Il travaglio-parto rappresenta una fase di passaggio tra la endogestazione e la esogestazione, che sappiamo essere non solo in continuità l’una con l’altra, ma anche l’una in correlazione con l’altra.

Una cattiva nascita può essere come una spina nella carne che si infiamma sempre più (Chamberlain, 1998): per questo è importante occuparsi di essa con competenza ed attenzione.

Se desiderate approfondire quanto letto sin qui, vi consiglio di visitare il Blog di Educazione Consapevole e le risorse ivi contenute.

Un saluto e a presto!

Maria Beatrice Nava


Potrebbero interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Codice di sicurezza * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.