Educare i bambini insieme, scuola e famiglia

Primissime settimane di scuola, di inserimento dei piccoli all’asilo nido o prime esperienze di distacco alla scuola dell’infanzia fino al salto nel mondo dei grandi della primaria se non delle medie. Che emozione, che preoccupazione educare i nostri bambini!

I blog, le pagine facebook, i forum strabordano di aneddoti, richieste di consigli, accorati appelli di soccorso di mamme amareggiate che scoprono mondi inaspettati, complessi, difficili…così diversi dall’immaginario delle riviste con bambini felici in aule scolastiche.

Altre mamme commentano più realiste del re: siamo sopravvissuti tutti a questi momenti, bisogna avere fiducia e rispetto (senza se e senza ma?) per le maestre a cui affidiamo i nostri figli, sanno sicuramente meglio di noi cosa e come fare.

Addirittura c’è chi scrive riportando il motto di un insegnante definito “bravissimo” secondo cui la classe ideale si troverebbe in un orfanotrofio (!!) e sono più d’uno i genitori che applaudono virtualmente alla battuta, che, oltre ad essere di pessimo gusto, credo sia esemplare per raccontare quella distanza scuola famiglia di cui scrivevo sin dal primo contributo e che andrebbe colmata in prima istanza proprio da quei professionisti, quali insegnanti e dirigenti, che dovrebbero sapersi muovere anche nel campo della comunicazione e della gestione delle relazioni.

Luci e ombre in questi confronti in piazze virtuali…mi è piaciuta la riflessione di Daniele, un papà attento e che non sembra sottrarsi alla logica del confronto e del reciproco riconoscimento ma che anzi li chiede con forza:

“…non capisco questo luogo comune dello specialista di cui fidarsi ciecamente, in qualsiasi campo, dalla medicina alla scuola. Secondo me è soltanto il retaggio di un’epoca in cui la povera gente partiva con il pregiudizio di non sapere nulla e di affidarsi nelle mani di gente illuminata. Non è più così, le informazioni circolano, l’istruzione è mediamente uguale quasi per tutti. Direi che sia il tempo per lo specialista, in qualsiasi campo, dall’avvocato all’insegnante, di ritornare con i piedi per terra, di vedere la propria professione come un servizio offerto (in modo non gratuito, tra l’altro) a persone che ne usufruiscono per il proprio accrescimento. Si tratta di rivedere la modalità con cui il professionista si inserisce in una comunità, una modalità orizzontale e condivisa, non verticale e dispensatrice.”

Come costruire allora una corretta relazione scuola-famiglia? O meglio ancora una comunità educante?

Prima di tutto, credo, partendo dall’idea che occorre assumere ciascuno la propria responsabilità nell’educare i bambini in modo trasparente e condiviso con gli altri.

Rifuggire da un lato l’idea della delega (che a volte poi diventa espressione non più di fiducia ma di attribuzione di tutte le responsabilità) e dall’altro quella dell’autoreferenzialità, è un percorso più complesso che richiede continui aggiustamenti e sempre nuove soluzioni, impossibili da trovare senza la scelta consapevole di volersi muovere come una squadra e non come singoli elementi.

Per far questo occorrono strumenti concreti: assemblee di classe, colloqui, scuole aperte per attività comuni… occasioni più frequenti e in cui ci si possa confrontare con tempi adeguati e un’attenzione ai temi più importanti, senza timori o rigidità reciproche.

Al di là degli esiti immediati penso spesso che da parte di noi adulti sarebbe una testimonianza importante anche per i nostri bambini vedere i propri genitori, i propri insegnanti, i genitori dei compagni spendere tempo per confrontarsi, decidere insieme, mediare le differenze, costruire un linguaggio comune…competenze e abilità di relazione che sarebbe bello lasciare loro in eredità molto più dell’idea del rispetto dell’autorità e dei ruoli, della disciplina esercitata dall’alto da adulti sempre troppo convinti di non aver più nulla da imparare.
Sonia Coluccelli


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