Violenza sui bambini, il branco

La vicenda del quattordicenne seviziato con un tubo ad aria compressa ha destato grande scalpore in tutto il Paese, uno scalpore che però finirà presto nel dimenticatoio, come è stato per altri (tanti) episodi di violenza sui bambini del cosiddetto “branco”.

Sembra infatti che ormai il “branco” sia quasi diventato una categoria sociale: espressione che appare forte solo se non si arriva alla consapevolezza che viviamo in una società malata, frutto di un generale decadimento morale e dello sfaldamento della famiglia come base della società.

Esprime bene questo concetto la minimizzazione del fatto resa da una delle madri dei seviziatori coinvolti. A questo proposito, intendiamoci bene: a 14 anni si è ragazzini, a 24 bisognerebbe essere già uomini. Eppure si parla di ragazzata… nonostante le condizioni gravissime del ragazzo, le 7 ore di intervento chirurgico, il lungo percorso di guarigione fisica (si parla di un anno) e soprattutto le conseguenze psicologiche che la vicenda lascerà sicuramente nel ragazzino.

È infatti il caso di parlare, in questo caso, di un possibile, anzi probabile, “disturbo post traumatico da stress”. Ma non basta: l’esperienza subìta lascerà profonde tracce anche a livello esistenziale: sarà difficile togliere dalla testa del bambino che il mondo non è tutto così, che forse c’è qualcosa di buono nella vita e non solo la profonda amarezza che segnerà la sua crescita e probabilmente anche la sua età adulta.

Detto questo, parliamo un po’ degli altri “ragazzi”. 24 anni non sono molti, noi adulti possiamo – forse – chiamarli ragazzi, ma per un quattordicenne quei “ragazzi” sono uomini, data la forte differenza d’età e il diverso grado di sviluppo. Uno di loro, pare, si è pentito e ha chiesto scusa, e già sembra che sia più “buono” degli altri… Quando di fatto chiedere scusa può essere semplicemente un’escamotage per godere di attenuanti in una futura fase processuale.

E gli altri? E i genitori degli altri? Appunto: i genitori degli altri… Ebbene, questi genitori non sono una rarità, sono “parenti” di quelli (tantissimi) che si ribellano agli insegnanti del figlio quando questo porta a casa una nota, che perdonano al figlio il piccolo furto, la rissa, l’uso di alcol e droghe leggere. Il tutto all’insegna della famigerata espressione: “tu mio figlio non lo devi toccare!”

La Legge, quella che regola la vita sociale e quella più alta ancora, cioè quella morale, non è più riconosciuta come tale, ma solo come un impedimento ad occuparsi degli affari propri. Chi la elude, quindi, è un “furbo”; chi la rispetta è un “fesso”. Ed ecco che da questa triste e pericolosa prospettiva scaturiscono episodi come questo. Ecco quindi che “giovani di 24 anni” diventano “ragazzi”, invece che “seviziare e rovinare un essere umano” vogliono solo “divertirsi un po’”; che si gettino pure dietro le spalle quello che hanno fatto perchè tanto è solo una ragazzata e passino tranquillamente dalla pistola di aria compressa a quella vera – perchè questo sarà il naturale passaggio.

Goya diceva, ben a ragione, che “Il sonno della ragione genera mostri”. Una gran parte delle famiglie italiane vive nel sonno della ragione e non solo della ragione: a dormire profondamente sono anche il rispetto, l’empatia, la compassione, la comprensione, l’onore e il rispetto di sé. A vegliare restano le nuove “qualità”: arricchirsi per il gusto di arricchirsi e per soddisfare bisogni spesso discutibili, e farlo a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo; trasferire la morale nel dimenticatoio (dopo averla umiliata e schiacciata) e sostituirla con un più “italiano” e utile ragionamento: “Se non mi faccio furbo sarò fesso”.

È questo che i genitori italiani trasmettono ai figli fin dalla più giovane età. Invece di difenderli dal degrado della politica, della morale, dei valori come il rispetto di sé e quindi degli altri; dall’idolatria del denaro a tutti i costi, dalle basse ambizioni (come ad esempio sognare di andare in televisione a mostrarsi nelle peggiori vesti della stupidità e volgarità), li spingono “a farsi furbi”.

E, si sa, gli italiani in questo sono maestri.

Anita Molino


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