Bambino difficile, unico e diverso oppure malato?

Ecco la prima parte di una lunga intervista alla dott.ssa Barbara Probst sul bambino difficile, oggi considerato con grande facilità individuo affetto da disturbi da diagnosticare e curare e non soggetto con un proprio temperamento, unico e speciale.

Si sente spesso parlare dell’importanza di trattare i bambini con giustizia e equità, ma noi di Attachment Parenting International (API) siamo più propensi a difendere la necessità che ogni bambino sia amato per la sua unicità. Poiché ogni bambino, proprio come ciascun adulto, è particolare, ogni relazione genitore-figlio si plasma a partire dai tratti distintivi che caratterizzano le peculiarità di ciascuno nel temperamento, negli interessi, nelle opinioni, idiosincrasie, difese e altre sottili sfumature di ciò che rende unica ogni persona e le sue interazioni con gli altri.

L’API rende omaggio ai tratti distintivi di ognuno, ma le peculiarità di alcuni bambini li allontanano dalle aspettative della società, al punto che le interazioni quotidiane – a casa, a scuola o all’asilo – possono rappresentare una sfida. Anziché osservare i nostri figli attraverso la lente della comprensione, la tendenza è piuttosto quella di interpretare certe diversità come “sintomi” di un disturbo, e dar seguito a trattamenti che potrebbero non risolvere il problema.

La dottoressa Barbara Probst, autrice di When the Labels don’t Fit, ha un approccio che cerca di favorire le capacità di comprensione di genitori e insegnanti, affinché riscoprano una relazione con bambini talvolta impegnativi, fondata sul rispetto e l’apprezzamento anziché sulla percezione di una malattia:

Dott.ssa Probst: “Mi dispiace molto per il modo in cui la nostra cultura sembra interpretare ogni differenza, difficoltà, manìa o fatica – ogni comportamento estremo o inusuale – come disturbo, soprattutto quando si tratta di bambini!

Ho scritto When the Label Don’t Fit spinta dalla mia esperienza nei servizi sociali, dove tanti genitori venivano da me con bambini intensi, complicati, disorientanti, rigidi, provocatori, instabili, imprevedibili – bambini impegnativi che avevano già avuto diverse diagnosi e trattamenti, nessuno dei quali davvero risolutivo, o a cui nessuna diagnosi sembrava calzare.

Era comprensibile che i genitori cercassero spiegazioni e volessero dare un senso ai comportamenti dei figli. Tuttavia, l’unica spiegazione offerta riguardava uno schema di riferimento negativo, una classificazione fondata su supposte mancanze o errori.

Non esistevano approcci che prendessero in considerazione anche gli elementi di forza, i talenti, le affinità, i bisogni, lo stile e il temperamento – le cose che un bambino ama e da cui è attratto – come strumenti per comprendere il modo in cui un particolare bambino risponde al mondo e chi è davvero. Sembrava esserci l’assunto che “chiamare in causa un disturbo” fosse la chiave per valutare la situazione e migliorarla (proprio come in medicina si risolve il problema facendo una diagnosi e assegnando una cura). Eppure, questo approccio miope non era d’aiuto né ai bambini né ai loro genitori.

Mi sono incuriosita e ho iniziato a investigare questa “esplosione di diagnosi” per cui un numero crescente di bambini, in età sempre più tenera e con sintomi via via più scarsi e di lieve entità, riceve diagnosi per disturbi psichiatrici. Le statistiche sono sconcertanti! Basti dire che un bambino americano su cinque corrisponde ai criteri correnti per definire un disturbo psicologico, ed è triplicato il numero di coloro a cui viene diagnosticato un disturbo emotivo o comportamentale rispetto a 15 anni fa. Viene da chiedersi se davvero ci sia qualcosa di sbagliato nel 20% dei bambini o se l’errore sia nella nostra definizione di “normale”.

La nostra cultura ha reso patologici tutta una serie di tratti caratteriali e modi di interagire con il mondo che facevano parte della grande varietà dell’esperienza umana. Alcune delle difficoltà derivano da uno scarso adattamento al contesto ambientale, altre dalle battaglie che fanno parte della vita e della crescita, mentre alcune dipendono da attese non realistiche e dall’intolleranza verso quei bambini che tendono a oltrepassare i limiti e a metterci a disagio.

Non che le difficoltà del bambino non siano reali o che alcuni di loro non siano davvero difficili da crescere. Di certo esistono bambini che fanno cose che sembrano strane o eccessive in vari momenti del loro sviluppo, e senza dubbio è doloroso per i genitori non riuscire a raggiungere o gestire il figlio che amano. Non tutto è accettabile e i bambini hanno bisogno di comprendere quali siano i limiti e come sviluppare empatia, ma inquadrare il problema in categorie fondate sul patologico non può essere la risposta. Solo perché un bambino ha difficoltà a gestire gli stimoli o la frustrazione, odia i cambiamenti o ha bisogno di ancorarsi attraverso il contatto fisico, non vuol dire per forza che quelle difficoltà siano il segno di una patologia sottostante.

Ho sempre pensato che dovesse esserci un modo migliore e più diretto per comprendere e aiutare questi bambini impegnativi e le loro famiglie. Mi sono concentrata sul tratto o problema specifico, anziché sull’etichetta che “spiegava” quella caratteristica come sintomo di qualche malattia, focalizzandomi sull’aspetto specifico, come il perfezionismo o l’impazienza, che facevano da sfondo al comportamento problematico. Volevo capire chi fosse il bambino, non quale disturbo avesse, per non perdere di vista la possibilità di una soluzione e scoprire perché il tetto perde, anziché immaginare come ricompensare il bambino per aver asciugato il pavimento bagnato.

…ho sviluppato una mappa dei temperamenti per decifrare il modo in cui i tratti estremi o inusuali del comportamento interagiscono con gli elementi dell’ambiente, e poter poi elaborare strategie, concrete e dinamiche, per affrontare certi aspetti specifici del bambino. E questo ha dato tanta speranza e forza ai genitori! Hanno iniziato a vedere i propri figli non più come una difficoltà, qualcuno da controllare o temere, ma come una sfida affascinante. È stata una grande esperienza!”

La prossima volta parleremo di questi temperamenti 🙂

Traduzione dall’inglese di Michela Orazzini

tratto da www.theattachedfamily.com


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Una replica a “Bambino difficile, unico e diverso oppure malato?”

  1. Fabiana scrive:

    Grazie!!! Per quanto consapevole che i tratti caratteriali di mia figlia non siano patologici, ma peculiari del suo essere, si scontrano mostruosamente con i miei, tanto da rendere a volte davvero difficile l’esistenza ad entrambe. Attendo con ansia la prosecuzione di questo articolo.

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