Omaggio al bambino prematuro

È duro restare sulla soglia, un piede di qua, uno di là per non cadere. Così sottile e fragile il confine… Come camminare su un ponte di liane, traballante al vento. Incerto, esitante il passo: non è facile stare sulla soglia tra due mondi opposti. E’ lì che sta il bambino prematuro, chi nasce prima del tempo. Installato nel mondo di mezzo, a metà strada tra la terra e il cielo. Né di qua né di là, semplicemente sospeso in mezzo alle nuvole bianche.

Cammina sul filo dei funamboli con le braccia tese. Meglio non guardare in basso ma solo avanti, un piede dopo l’altro. Instabile l’equilibrio, da ricreare ad ogni istante. Opera per artisti più che artigiani. Lo sguardo rivolto verso l’alto, a ricordarsi dell’azzurro del cielo, alla ricerca, disperata, di Luce.

Solo chi è stato lassù può capire. Solo chi ha vissuto in quella terra di mezzo, terra di nessuno, completamente solo, come unica compagnia se stesso.

Ma prima o poi arriva il giorno della scelta: di qua o di là, basta l’incertezza. Bisogna metter fine all’agonia. L’esitazione rende una lotta l’esistenza, il limbo impedisce la vita, quella vera, fatta di succo e polpa, di scorza e semi, di fiori e frutti. Sì, prima o poi arriva il momento della scelta: e allora si scavalca il guado senza più paura, che il tentennare è pena senza fine. Non facile il passaggio ma necessario per proseguire il cammino. Basta un passo e si è di là dal confine, sulla terra ferma, solida, dura. Basta un passo deciso per dire addio alla soglia.

Ecco qualcuno arriva: apre la scatola di vetro e di metallo, si esce dalla prigione ma cosa ci attende fuori? Come sarà il mondo? Chi dentro all’incubatrice ha sperimentato solitudine e dolore, la puntura dell’ago al posto dell’abbraccio, il sondino o la bottiglia di plastica anziché il seno, è diffidente, non si aspetta molto dagli altri, dal mondo… E spesso tace…

Eppure dentro di sé conserva una forza senza paragoni. Chi sopravvive alla tempesta e all’uragano ha tempra d’acciaio e cuore di diamante: diventa un cristallo, fragile e forte insieme. Ha la potenza del seme, del germoglio che buca il terreno e si fa strada nelle fessure tra le rocce dei pascoli d’alta quota. E’ come il larice, dolce e aggraziato ma che resiste al gelo.
E’ come l’Aquila che vola in alto nel cielo e vede ciò che alla gente sfugge. Perché chi è nato prima è sempre un passo avanti agli altri, anche se a volte per recuperare il tempo perduto reclama di procedere con calma. Detesta la fretta. Datemi tempo, sembra dire…quello che non ho avuto… Datemi il nido che mi è mancato, la morbidezza e il calore che tanto avrei voluto…

Ma chi lo sa capire?

Forse solo chi è come lui, chi ha vissuto le sue stesse pene.
Ecco perché a voi, piccoli Kirikù, con sacra riverenza io rendo omaggio.

Elena Balsamo


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