Per una scuola a misura di bambino, riforma o rivoluzione?

C’è un signore che si chiama Ken Robinson, un inglese insignito dalla regina del titolo di sir, ora trasferitosi in California, che spopola sui social network anche grazie a brevi clip – come quella che segue – che riportano con una sintesi efficacissima la necessità di un ripensamento strutturale dell’educazione a scuola, partendo dalle fondamenta, dagli aspetti organizzativi (classi omogenee per età, aule fisse, campanella a scandire le ore di lezione) a quelli didattici ed educativi (mancanza di spazio per la creatività, per l’esercizio del pensiero divergente, per la valorizzazione delle attitudini individuali…).

Sir Ken Robinson ha l’apparenza innocua e l’ironia tipica britannica che non associamo a contenuti eccessivamente radicali, eppure quasi sempre termina i suoi interventi con un’ affermazione molto netta: i sistemi scolastici non possono beneficiare di riforme graduali, la scuola non è riformabile, può solo essere rivoluzionata.

Come lui, in passato molti hanno messo in discussione la scuola come sistema complessivo e hanno percorso strade che ne sovvertivano le fondamenta: penso a Maria Montessori a cui tanti guardano proprio nei nostri giorni per avere un’alternativa concreta alla scuola tradizionale, ma anche a Steiner, a don Milani e per certi versi anche a Gianni Rodari. La mia indole, ma anche un po’ della mia esperienza fin qui vissuta in tante vesti dentro e ai margini della scuola mi fanno aderire con passione alla visione radicale espressa e agita in queste esperienze.

Poi all’orizzonte mi viene in mente il maestro Mario Lodi: trent’anni in una scuola pubblica della bassa padania, a tessere quotidianamente esperienze di scuola che possiamo ben immaginare quanto fossero lontane da quelle praticate nell’aula di fianco alla sua…trent’anni sostenuti da una fiducia in quell’istituzione, dall’idea di scuola pubblica accessibile a tutti, che può e deve sapersi ripensare e riformare. E poi gli anni dopo il pensionamento, almeno altri trenta, spesi per stimolare, proporre, provocare il cambiamento delle pratiche didattiche e della consapevolezza educativa dei suoi (ex) colleghi.

Poco prima di morire aveva dovuto confessare l’amarezza di aver visto prevalere le logiche della scuola tradizionale, ma nelle sue parole non si coglieva il rimpianto per tutta una vita spesa per tentare di promuovere un senso pedagogico nuovo e più attento ai bambini.

Ce ne sono anche oggi di maestri e maestre come Mario Lodi, di uomini e donne appassionati che continuano a interrogarsi, a sperimentare e a mettersi in gioco per mettere il loro mattoncino colorato in una scuola dai colori troppo neutri ed uniformi. Spesso però sono isolati nei loro contesti, mal tollerati perché dissonanti rispetto al pensiero e alla pratica consolidati. E allora la riforma graduale, dall’interno, diventa spesso un’impresa eroica con un prezzo troppo alto e pochi riscontri reali.

Qualcuno cerca di mettersi in rete e per questo scopo forum, social network, blog sono di grande aiuto…altri decidono per un’uscita definitiva dalla scuola tradizionale… sono entrambe scelte complicate per chi ha scelto di insegnare non “per caso” ma nella convinzione che dalle aule delle scuole passi un pezzo importante del futuro che ci attende e che di questo siamo tutti i giorni responsabili.

Se è vero, come dice Paulo Freire che L’educazione non cambia il mondo, cambia le persone che cambieranno il mondo.

E voi che ne pensate? Riforma o rivoluzione?

Sonia Coluccelli


Potrebbero interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Codice di sicurezza * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.