Educare i bambini alle regole: scuola o caserma?

Presto vieni qui, ma su, non fare così, ma non li vedi quanti altri bambini

che sono tutti come te, che stanno in fila per tre, che sono bravi e che non piangono mai

E’ il primo giorno però domani ti abituerai e ti sembrerà una cosa normale
fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarti da persona civile

La citazione della canzone di Bennato non può che aprire una riflessione sul tema delle regole e del rispetto di esse nel gruppo di bambini che ogni giorno trascorrono con un adulto educatore un significativo numero di ore in situazioni tra loro anche molto diverse; parlo di una classe di scuola primaria o di infanzia che per otto ore al giorno è affidata alle cure di due o più insegnanti e con essi vivono momenti di lavoro, di svago, di movimento, di refezione…
E’ possibile gestire i numeri spesso elevati di alunni per classe senza ricorrere a metodi da caserma? Sì, da caserma; l’immagine ci urta?
Se sì, pensiamo a molte pratiche comuni a scuola: la fila per due ( o uno o…tre!), fischietti per richiamare l’attenzione o imporre il silenzio, punizioni individuali e collettive in cui si viene privati della “libera uscita”(l’intervallo, l’ora di motoria) o si viene isolati dal gruppo (lo chiamano timeout, ma la suggestione anglosassone non ne mitiga la sostanza)?

E che dire delle stellette premio per gratificare e rinforzare i comportamenti virtuosi? Gli uomini che hanno vissuto l’anno di militare non potranno che riconoscere pratiche consuete in quel contesto, ma anche per donne della mia generazione quei racconti da parte di amici, fratelli e fidanzati risultano assolutamente familiari.

E per lo più donne sono le insegnanti che si affidano all’addestramento come sistema educativo e quanto si fatica a pensare e praticare metodi alternativi!

Forse perché per farlo occorre ripensare la nostra posizione di adulti, rimettere in discussione il potere che il ruolo di insegnante, ma anche di genitore, ci assegna, maturare la fiducia nel fatto che i bambini sappiano trovare i comportamenti più adeguati se non si trovano in una sorta di braccio di ferro con l’adulto che hanno di fronte.

Se osserviamo con sguardo onesto i comportamenti problematici dei bambini e ancor più degli adolescenti, dobbiamo ammettere che essi originano da contrapposizione o imitazione con i nostri, siamo noi a dettare il copione, in un reiterarsi di comunicazioni ed azioni in cui far valere la propria volontà diventa prioritario anche sulla relazione.

In verità basterebbe poco: pensare che noi e i bambini siamo fondamentalmente portatori di bisogni, a volte diversi tra loro, a volte forse incompatibili, ma mai di diverso peso o valore.

educare-bambini-alunniIl bisogno dei più piccoli di muoversi, di esplorare, sperimentare, imparare con tempi propri, affermare la propria individualità, esprimere le proprie emozioni, misurarsi con i coetanei,… non è in contrapposizione intenzionale con il nostro bisogno di gestire un gruppo, rispettare delle normative, attenersi ad orari o a pratiche organizzative su cui poco possiamo, neppure confligge volutamente con il nostro bisogno di sentirci adeguati agli occhi nostri e altrui come docenti più o meno navigati.

Che fare allora? Forse iniziare a vedere nel bambino una persona di ugual valore rispetto ad un adulto, imparare ad ascoltare quello che possono dirci a parole e non solo. Senza la fretta di risolvere conflitti e frizioni o di avere da sfoggiare la classe modello: tutti in silenzio e in fila ordinata….

Creare, questa sì è nostra responsabilità, le condizioni realistiche affinchè i diversi bisogni possano trovare soddisfazione; strutturare tempi, gli spazi, i materiali, le attività tenendo presente come funziona un bambino (ma ci siamo mai fermati e pensarci davvero?); cercare anche con i bambini le soluzioni migliori, non negando la fatica che stiamo facendo o come vorremmo che le cose funzionassero ma cercando insieme una soluzione e ad essa richiamarsi strada facendo.

Insomma, vedere i bambini e farci vedere da loro, con un primo, fondamentale e radicale esercizio di fiducia e ascolto. Attitudini che, agite da noi adulti, non potranno che penetrare anche in chi si avvia a crescere guardando proprio noi, maestri di vita, come si diceva tempo fa, oltre che di nozioni.

Allora ancora una volta ci tocca scegliere cosa rispondere: scuola o caserma? Educazione o addestramento? E per il futuro: persone o comandanti?

 
Sonia Coluccelli


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Una replica a “Educare i bambini alle regole: scuola o caserma?”

  1. Alessandra scrive:

    Il metodo della caserma è inutile. Bisogna educare e guidare il bambino, imparare a metabolizzare dei comportamenti che lo possano far inserire al meglio nella società. Sono d’accordo c’è bisogno di fiducia e ascolto. Essere gentili, non permissivi, e aiutare nelle piccole cose anche divertendo.

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