La mia maternità

Come spiegarvi cosa è stata, per me, la maternità?

Quando è stata la prima volta che avete scoperto di avere una personalità tutta vostra, impermeabile ai condizionamenti del mondo che vi circondava, un “Io” profondo che, guarda caso, aveva sentimenti, pulsioni, spinte proprie e incoercibili?

Quando è stata la prima volta che, meraviglia delle meraviglie, avete scoperto di non essere soli al mondo, di non vivere in un’isola separata da tutto e dalle tante altre isole imperscrutabili e incomprensibili che spesso sono gli altri ai nostri occhi?

Quand’è che avete sentito, con invincibile stupore e gratitudine, di essere all’apice di una lunghissima catena di anelli tutti stretti e saldi fra loro, frutto di innumerevoli generazioni di altri esseri come voi, con i quali è ancora possibile intrecciare un legame, sentire un’appartenenza, vivere una comunione, provare un sentimento di identificazione?

Quand’è che madre terra vi ha finalmente accolti nel suo grembo e avete sentito che davvero eravate parte del tutto, e che qualsiasi sentimento di alienazione dal resto del mondo svaniva per lasciare il posto a un’unica e gioiosa percezione di avere un senso, di occupare il vostro posto legittimo nella meravigliosa catena della vita?

Forse ai più fortunati accade sin da piccolissimi nelle braccia della mamma, o magari da bambini, forse da adolescenti o da giovani adulti.

C’è chi percepisce confini, competenze e forze proprie a tre anni, insistendo contro tutto e tutti a volersi arrampicare su un albero, a voler usare per forza il martello e i chiodi di papà, o quel bellissimo coltello con cui mamma fa le rotelle di cetrioli – e se avrà la fortuna di “farcela”, sarà un inizio glorioso.

C’è chi lotta per affermare e conoscere a fondo se stesso a partire dall’adolescenza, chi ha rivelazioni epifaniche su di sé e sul mondo in qualche avventura spericolata, a contatto con la natura, superando prove o ostacoli. C’è chi procede a piccoli passi ma indefessi, e ogni tanto aggiunge un tassello.

A me tutto questo è piombato addosso di botto, a 35 anni, quando per la prima volta sono diventata madre, pensate un po’! Eppure nella vita avevo sempre tenuto così tanto ad arrivare ben preparata, mai che mi presentassi a un esame se non ero certa di poter prendere almeno un 30. Lo so, le statistiche sulla discrepanza fra l’essere secchioni a scuola e impreparati nella vita abbondano, è inutile ricamarci su. Fatto sta che all’appuntamento più importante sono arrivata in ritardo, ignara e stupita, pensavo di essermi addentrata su per un sentiero in dolce declivio, e invece era la scalata dell’Everest!

maternitàPotete immaginare cosa voglia dire intraprendere la scalata dell’Everest in calzoncini, magliettina e scarpette da passeggiata, con tutt’al più una bottiglietta d’acqua da mezzo litro e senza bombole dell’ossigeno? Riuscite a farvi un’idea della fatica, del dolore, del senso di frustrazione e impotenza che rischia di avere la meglio, e di quanta sofferenza possa implicare non arrivare con la mappa giusta a una sfida del genere? E poi, quanto è alto il rischio di non arrivare mai in cima? Per fortuna, però, tanti ci arrivano, lassù, a godere di tanta bellezza!

Cosa c’era sulla vetta dell’Everest? Prima di tutto c’ero io, una me stessa autentica, senza canti di sirene nelle orecchie; poi c’era il mio istinto di madre, miracolosamente intatto, sano e salvo e che godeva di ottima salute, c’era la scoperta della maternità vissuta come imponeva il mio istinto, il mio desiderio e ogni singola cellula del mio corpo.

Poi c’era mio figlio naturalmente, un bambino vero e non immaginato o sognato, che mi aspettava in vetta e non si stancava mai di chiamarmi, nel suo modo del tutto peculiare e spesso difficile, se non doloroso, da decifrare; un bambino forte e coraggioso, pronto a trascinarmi su per un’altra scalata mozzafiato, alla scoperta del significato di amore incondizionato, accettazione, accettazione, accettazione, accettazione, e poi di nuovo amore incondizionato.

Cosa restava ai piedi dell’Everest? Restavano tante macerie, tante sovrastrutture, tante sirene a cantare la canzone del buon senso comune che nulla sa di cosa abbiano davvero bisogno una madre e suo figlio.

Michela Orazzini


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