Genitori separati, il divorzio breve è legge

Sei mesi per dirsi addio, al massimo un anno, se la separazione è giudiziale.
Con il sì definitivo della Camera dei Deputati, il divorzio breve è diventato legge.

 
Il provvedimento è passato il 22 aprile scorso, a Montecitorio con 398 sì, 28 no e 6 astenuti.

 
Per l’Italia si tratta di una svolta epocale, in termini di civiltà giuridica, mettendosi mano ad una norma partorita più di quarant’anni fa, che, nell’attuale contesto socio culturale, dava origine ad un incomprensibile allungamento dei tempi nella crisi coniugale.

 
Con disposizioni che troveranno immediata applicazione, anche per i procedimenti di separazione in corso ma non per quelli già definiti, non potendo disporre retroattivamente, il legislatore ha ridotto il termine minimo per la proposizione della domanda di divorzio, portandolo ad un anno nel caso di separazione giudiziale e a soli sei mesi se vi è stata separazione consensuale omologata, in entrambi i casi decorrenti dalla comparizione dei coniugi avanti al Presidente.

 
Sono equiparati alla separazione consensuale omologata sia l’accordo di separazione raggiunto attraverso il procedimento di negoziazione assistita (art. 6 Legge 10.11.2014, n. 162), sia l’accordo di separazione raggiunto dai coniugi senza prole dinanzi all’ufficiale di stato civile (art. 12 Legge 10.11.2014, n. 162). In tali casi, il termine minimo di sei mesi per proporre la domanda di divorzio decorre rispettivamente dalla data certificata dell’accordo ovvero dalla data dell’atto concluso davanti all’ufficiale di stato civile.

 
A differenza di quanto ipotizzato da qualche proposta di legge, i termini indicati non subiscono alcuna variazione in ragione della presenza di eventuali figli minori.
Dalla legge n. 898 del 1970, istitutiva per la prima volta del diritto di sciogliere il matrimonio o di farne cessare gli effetti civili, ne è passata di acqua sotto i ponti e il termine per la proposizione del divorzio, originariamente fissato in cinque anni (aumentabili in caso di opposizione dell’altro coniuge a sette anni), si è ridotto a tre anni con la legge n. 74 del 1974 per giungere, con la nuova riforma a ridursi ulteriormente l’attesa a un anno o a sei mesi.

 
Ma aveva senso, a questo punto, continuare a duplicare i procedimenti, prevedendo, in controtendenza con la maggior parte dei Paesi Europei, lo step della separazione e, a così poca distanza di tempo quello del divorzio?

 
La risposta è inevitabilmente condizionata da fattori culturali, dal patrimonio morale, dalla fede religiosa, per cui immagino che la reazione dei lettori potrà essere la più diversa, ma dall’esperienza professionale credo di poter affermare che continuare a sottoporre la crisi coniugale a questa gara ad ostacoli non faccia che aumentare l’ansia da prestazione, incrementando la frustrazione e le ragioni per confliggere.

 
Certo, la così drastica riduzione dei tempi, fra una procedura e l’altra, fa ben comprendere come il processo di laicizzazione del diritto di famiglia abbia fatto passi da gigante, pur restando tuttora ancorato a pilastri ideologici duri a morire.

 
Ricordiamo, ancora, che l’ulteriore novità introdotta dalla nuova legge è l’anticipazione dello scioglimento della comunione legale – regime patrimoniale oggi, peraltro, in via di estinzione – alla celebrazione dell’udienza presidenziale, con le ovvie conseguenze in termini di libertà di acquisto e di affare.

Avv. Paola Carrera

(Avvocato civilista in Torino)


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