A scuola educare i bambini all’accoglienza

 Oggi mi preme proporre un esempio concreto di come la scuola abbia l’importante compito di educare i bambini a una cultura dell’accoglienza, del rispetto, dell’apertura.   E’ il 19 aprile: nel canale di Sicilia muoiono 800 persone ingoiate dal mare.     Il giorno dopo 8 profughi eritrei vengono accolti su richiesta della prefettura di Novara in un ex albergo inutilizzato da due anni, proprietà dei frati minori del Piemonte.

La popolazione della cittadina di uno dei borghi più belli d’Italia si indigna e alza la voce: di fronte alla struttura che accoglie i profughi c’è una scuola materna e un asilo nido.

E’ la scuola materna di mia figlia.

Io sono bloccata a casa da una brutta influenza, leggo gli articoli, chiedo informazioni su come si stanno muovendo i genitori e gli insegnanti: da maestra starei già organizzando un momento di incontro, disegni dei bambini per dare il benvenuto ai nuovi vicini…Da mamma vorrei portare una torta e fare merenda lì con gli ospiti e le mie bambine.

Mi raccontano altri: a scuola le insegnanti cercano di muoversi con cautela per non urtare i (troppi) genitori sul piede di guerra. Preoccupati che l’inferriata che circonda la struttura non sia abbastanza alta (da …..??!!).

Io non mi capacito: sono ragazzi giovanissimi, vivi per caso, guardo le immagini di chi, salito sul barcone sbagliato, non ce l’ha fatta ad arrivare fino a casa mia, fino davanti a quella scuola. Vacillo tra il dolore e la rabbia.

Uno dei primi giorni dopo l’arrivo dei richiedenti asilo mia figlia torna a casa raccontando che un compagno l’ha fatta piangere dicendole con insistenza e in modo dispregiativo che lei è nata in Egitto.

Irene alla fine ha pianto, mi dice, perché non è vero: ha sì un papà di origine egiziana che vive in Italia da sempre e lei ha trascorso in Egitto tre settimane di vacanza nei suoi primi sei anni di vita, ama la sua parte egiziana ma suppongo non capisse bene perché un’informazione scorretta dovesse pure essere motivo di scherno. Mai successo in tre anni.

Dieci giorni dopo: durante una riunione qualche genitore chiede bruscamente ai gestori della struttura di andarsene da quella via, di togliersi dal raggio della scuola dei loro figli visto che non sono in grado di garantire con certezza matematica che non ci sarà mai una rissa all’interno della struttura (!!!). Uno di loro si spinge a dire che auspica non arrivino nella struttura donne con bambini perché questi ultimi dovrebbero essere inseriti nelle scuole del comune.

E qui raggiungiamo un punto di non ritorno: non c’è nulla che sia possibile dire a chi guarda il mondo con queste lenti deformanti. Mi giro e rigiro tra questi fatti, nell’eco delle parole sentite, delle domande incalzanti e aggressive che non prevedono alcuna possibile buona risposta se non l’eliminazione fisica del problema. Andatevene.

Mi consolo un po’ pensando che questa è davvero una situazione che funziona da cartina di tornasole per comprendere chi abbiamo vicino: come diceva Sciascia, “uomini, mezzi uomini, ominicchi o quaquaraquà”. Riuscire a rimanere umani è già un successo.

Siamo fortunati, ci diciamo con alcuni amici e colleghi, perché siamo capaci di vedere nell’altro una persona, perché abbiamo voglia di incontro e conoscenza, perché non crediamo nei confini tracciati su una sfera, perché siamo almeno un po’ disponibili a condividere ciò che siamo ed abbiamo.

Ma fermiamoci: è fortuna o educazione? Qual è la nostra responsabilità di insegnanti oltre che di genitori?

Anni di intercultura fatta con musiche, ricette, favole e giochini etnici come si traducono in vita vera davanti ad un pugno di profughi osteggiati da un gruppo di onesti (genitori) benpensanti? L’educazione dei cittadini del futuro si gioca in questi momenti e qui scopriamo che bisogna prima dirsi e dire di quale futuro parliamo, perché non esiste l’educazione e l’educatore che non si schiera.

E si schiera comunque. Anche chi non vuole farlo, anche chi sceglie il silenzio davanti a quelle volgarità. Ripenso a don Milani: “E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.”

Io stamattina mi sono svegliata con la foto di Agnese, la mia bambina più piccola, con uno dei ragazzi arrivati nella struttura (alla fine sono più o meno guarita e siamo andate per la merenda con altre tre mamme e le loro figlie); nei loro occhi c’è la risposta, il futuro, le “cose belle” che possiamo dar loro modo di realizzare, se solo anche come insegnanti decidiamo di assumerci la responsabilità di un incontro, di uno scambio, di una conoscenza dal vero che insieme alla staccionata troppo bassa scavalchi anche le fantasie xenofobe, le paure, i pregiudizi.

Sonia Coluccelli


Potrebbero interessarti anche

Libri sull'argomento


  • cinzia

    grazie Sonia.sono estasiata da queste tue parole.buona vita.

  • Sonia

    Ciao Cinzia, grazie delle tue parole. Non è sempre facile uscire dalle riflessioni sui massimi sistemi e calarle nella realtà con cui ci si confronta quotidianamente, soprattutto su temi caldi come questi. Mi tengo caro il tuo augurio, e lo ricambio di cuore.