Bambini a scuola, i compiti delle vacanze

E’ finito anche questo giro di giostra per i nostri bambini a scuola: un anno scolastico si archivia con tante incognite sul futuro della scuola affidata ai legislatori. E iniziano le vacanze attese da bambini, ragazzi e insegnanti con un conto alla rovescia iniziato dopo Pasqua e arrivato a destinazione.
Tempo di vacanze e, nonostante la contraddizione in termini (vacatio=tempo vuoto da impegni), di compiti.
Mi tocca parlarne ma le mani tentennano sulla tastiera e i pensieri nella testa.
Intorno al tema dei compiti (sì/no, pochi/tanti /il giusto, i compiti/i noncompiti, le liste con e senza citazione dell’autore….che fatica!!!!) si è scatenato nell’ultimo anno un dibattito accesissimo di cui abbiamo già qui portato alcuni argomenti e contributi, in primis quello di Maurizio Parodi, padre della campagna per l’abolizione dei compiti scolastici.
Il tema circola in rete e nei corridoi delle scuole, sui marciapiedi antistanti e nelle case di alunni e insegnanti, un tema divisivo perché tocca un architrave della scuola che noi tutti abbiamo frequentato ma che ha assunto negli ultimi anni contorni eccessivi: compiti sovrabbondanti, sempre più precoci (oggi ho letto di compiti dati sin dal primo anno di scuola dell’infanzia, per abituare i piccoli alla responsabilità!!!), dati per punizione (e così imparare diventa una sanzione non un premio, attenzione…), assegnati in sostituzione della spiegazione in classe per sveltire il termine del programma (quale programma? Quello definito dall’indice del testo in adozione o quello delle indicazioni nazionali?) e potremmo proseguire sulle pratiche scadenti di utilizzo dei compiti a casa e sulle motivazioni deboli che ci stanno dietro.
E si torna sempre all’impianto da cui le scelte concrete discendono: credo che abolire i compiti senza ridiscutere i metodi di insegnamento/apprendimento sia un intervento che rischia di lasciare semplicemente un vuoto senza obbligare a ridefinire i fondamentali. Lo stesso credo valga per i compiti/non compiti che nelle intenzioni di chi li suggerisce dovrebbero restituire ai bambini una dimensione esperienziale ed affettiva che sembrerebbe congelata dal tempo scolastico. Su questo dovremmo interrogarci.
Ha senso, infatti, scorporare i compiti o non compiti dalla quotidianità scolastica?
Nella scuola attenta al prodotto, alla prestazione, che misura attraverso i voti, che riempie i quaderni di schede prestampate da compilare in tempi contingentati, che educa con stellette e faccine, che punisce con la sospensione dell’intervallo o dell’ora di ginnastica, è davvero possibile togliere i compiti e dare senso didattico a questa scelta? Oppure otteniamo questa concessione come accondiscendenza verso genitori poco intenzionati a seguire il figlio a casa (che infinita tristezza sentire giudizi a casaccio sull’equivalenza buon genitore=compiti eseguiti con disciplina)?
Bambini che imparano con curiosità e interesse, che conservano il piacere di mettersi alla prova, sperimentare, apprendere cose nuove e utilizzare quelle acquisite lo faranno ogni giorno della loro vita, con o senza compiti, domandando a chiunque una spiegazione, provando a capire come funziona ciò che hanno intorno, interpretando il senso di una parola sconosciuta, prendendosi la responsabilità di gestire i soldi per la spesa nel negozio sotto casa, raccontando storie ai fratelli più piccoli e ascoltandone da quelli più grandi…

Alla scuola e alla famiglia sta il compito difficile di non estirpare quella curiosità e quello slancio verso la conoscenza che allontana i bambini dai libri, dai quaderni, dai numeri e dai musei.
E’ l’uso autentico e significativo delle conoscenze a darne il consolidamento e a trasformarle in competenze, non la ripetizione sterile che rinnova (per breve tempo, spesso) il meccanismo ma non ne valuta l’utilizzo nella vita reale e nel linguaggio del bambino.
Per questo i compiti non servono a nulla e contribuiscono seriamente a consolidare, quello sì, l’associazione imparare=noia, disinteresse, obbligo (da non confondere con impegno o responsabilità).
E il segreto ancora sta nella fiducia e nel rispetto profondo nei confronti dei bambini, nati tutti curiosi, competenti, pronti ad imparare, ognuno a suo modo. Osserviamoli senza intervenire, senza dare un orario per fare esercizio, senza il libro da affrontare una pagina al giorno: li vedremo leggere, scrivere, contare, ricordare e non dimenticare più. E magari, da insegnanti, potremo chiederci se non è questa la strada anche per le lunghe ore di scuola. A quel punto i compiti perderebbero di senso in una scuola che di senso invece ne acquisirebbe molto.
Possiamo, insieme, iniziare da domani, con l’inizio di queste vacanze, prima del prossimo giro di giostra.
Sonia Coluccelli


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