Il parto naturale fa paura, perché?

Inutile negarlo, il parto ci fa paura.
Perché ne abbiamo paura e cosa in particolare ci spaventa?
In parte sicuramente è l’attesa di qualcosa di mai provato, per le donne alla prima gravidanza, l’ignoto, il salto nel buio…
Ma anche il giorno della maturità o quello della laurea, allora, dovrebbero atterrirci al pari del parto, tuttavia non cerchiamo qualcuno che discuta la tesi al posto nostro, né un sistema per non accorgerci dell’esame. Semplicemente ci armiamo di coraggio, ben consapevoli di esserci preparate proprio per quell’evento e del fatto che prima di noi in tante lo hanno affrontato e superato…e via (vi prego di comprendere il mio intento in queste parole, che non vuol essere assolutamente quello di sminuire il parto!).
No, evidentemente quando si parla di parto, c’è ben di più che un semplice timore verso qualcosa di mai provato. Infatti anche al parto arriviamo (più o meno) consapevoli di esserci preparate proprio per quello, e che molte moltissime donne prima di noi lo hanno affrontato e superato, all’incirca da Adamo ed Eva in avanti! Eppure il parto ci spaventa moltissimo. Perché?

All’inizio di quest’anno ho avuto l’onore di conoscere Elena Zaccherini, autrice di Siamo nati in casa, che consiglio a tutte anche se non direttamente interessate al parto in casa, poiché offre degli spunti di riflessione sulla Nascita e sul Parto veramente meritevoli.
Ricordo un passaggio in particolare che mi ha colpita molto e che mi restò impresso poiché esprimeva esattamente ciò che ho sempre pensato e non sono mai riuscita a mettere in parole:

(…) il fatto che si usino le parole “dolore” e “paura” come se fossero sinonimi interscambiabili, come se descrivessero la medesima cosa. E siccome le parole fanno le cose, alla fine il parto non è dolore, ma paura. La paura accumulata in tutte le chiacchiere, i racconti, i pensieri che abbiamo avuto sole o con altre, per nove mesi.
Quando si parlava di parto, le nostre nonne non parlavano di paura, ma solo di dolore. Le nostre mamme invece parlavano di paura.
Le nostre nonne partorivano in casa; le mamme in ospedale.

Nella fisiologia del corpo umano, effettivamente, il dolore è il campanello di allarme di qualcosa che non va. Un osso rotto, una ferita, un’infezione…ma anche quella spinta a rimuovere la causa stessa del dolore, pensiamo ad un dito su una fiamma, la mano inavvertitamente appoggiata sul tegame bollente appena estratto dal forno…è normale temerlo! Temiamo di provare dolore poiché associato ad una connotazione negativa: la malattia.

parto-naturalePeccato che lo stesso processo mentale venga applicato in egual misura al dolore, fisiologicissimo, legato alle contrazioni dell’utero in travaglio di parto, quelle stesse contrazioni che, sapientemente governate dagli ormoni, portano ad una graduale maturazione e trasformazione del collo dell’utero e alla concomitante discesa del bambino attraverso il canale del parto fino alla sua Nascita. Dov’è in questo caso la malattia??? Nessuna malattia, nessuna frattura, nessuna infiammazione, nessuna bruciatura…perché, allora, averne paura?

Rispondo di nuovo attraverso le parole di Elena Zaccherini:
Del parto è temuto soprattutto il dolore, conosciuto attraverso i racconti: parto indotto, pilotato con ossitocina, con episiotomia, con ventosa, taglio cesareo. Ma questo non è più il dolore fisiologico di un parto normale. E’ davvero esasperato e difficilmente sopportabile. E’ comprensibile che le donne chiedano la peridurale per proteggersi da un’esperienza del genere. Il serpente si mangia la coda: abbiamo complicato un evento normale e perso la memoria del nostro sapere innato.

Ecco la risposta!
Oggi il 90% dei parti ospedalieri risulta essere un’esperienza piuttosto lontana da quella normalità prevista dalla natura.
Già il solo trovarsi in ospedale è strano. Qualsiasi altro mammifero si rifugia nel posto che più gli è familiare quando inizia il travaglio, si nasconde dagli altri, cerca silenzio e solitudine, buio. Se qualcuno interferisce il travaglio si blocca.
La donna invece appena inizia il travaglio si sposta e si allontana dal luogo che più le è familiare.
Per trovarsi in un luogo asettico, freddo, pieno di persone estranee, luci, rumori e interferenze. E ha un sacco di paura. E il travaglio rallenta, e allora qualcuno interviene, tocca, dirige, non accorgendosi che così facendo rallenta ulteriormente (è una difesa del nostro cervello arcaico, che interpreta questi interventi come potenzialmente pericolosi e ferma il travaglio non riconoscendo più la situazione come la migliore per far nascere la nuova creatura).

Ecco che serve il farmaco, ma col farmaco il dolore aumenta (era già aumentato quando la donna ha avuto paura e il cervello arcaico aveva rallentato il tutto), così ecco che ne serve un altro per lenire quel dolore, che era troppo forte e dilaniante da sopportare, ma così bisogna aumentare il primo, perché il secondo aveva rallentato di nuovo tutto…
In un battibaleno ecco che da un evento normale si passa a parlare di parto indotto, ossitocina, peridurale, episiotomia, ventosa, taglio cesareo…

Chi non avrebbe paura di tale prospettiva?
Qui dolore e paura si fondono, divengono sinonimi.

Per concludere, voglio lasciarvi con un messaggio positivo tratto da una citazione di Verena Schmid: “Dunque non di una condanna bensì di un dono, di un privilegio, di un’opportunità si tratta. Questa è anche l’interpretazione del dolore di un gruppo di indiani nativi americani. Chiamano le doglie “i doni” per la donna, perché ogni contrazione uterina la sostiene nel suo dare la vita e la porta più vicino al suo massimo desiderio: il suo bambino; “doni” per il bambino perché gli insegnano il ritmo della vita e lo preparano al suo essere nel mondo(…)

Che il travaglio, le contrazioni e il dolore siano un dono per tutte voi, e non una condanna!

Emanuela Rocca


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