Gravidanza e lavoro, lavoratrici domestiche non tutelate

I lavoratori domestici sono coloro che prestano la loro attività per soddisfare le necessità della vita familiare del loro datore di lavoro: in questo ambito sono comprese le colf (ovverosia i lavoratori che svolgono le attività di gestione della casa in senso ampio, curandone l’igiene e l’ordine), le badanti (ovverosia quei soggetto che svolgono assistenza continuativa presso l’abitazione di una persona non totalmente autosufficiente), le baby sitter, i cuochi, i governanti e i camerieri.
Il contratto dei lavoratori domestici gode, notoriamente, di una tutela debole, tanto che, a titolo esemplificativo, è lecito il licenziamento in tronco anche se non sorretto da giusta causa.
L’art. 62 del Decreto legislativo 26/3/2001 n. 151, meglio noto come “Testo unico sulla maternità e paternità”, prevede, però, che le lavoratrici e i lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari hanno diritto al congedo di maternità e di paternità e che si applicano ad essi le disposizioni di cui agli art. 6, comma 3, 16, 17 e 22 comma 3 e 6, ivi compreso il relativo trattamento economico e normativo.
Lo stesso articolo non richiama, invece, come applicabile al lavoro domestico, la normativa dell’art. 54 D. Lgs n. 151/2001, che vieta, sancendone la nullità, il licenziamento della lavoratrice durante il periodo di astensione dal lavoro per maternità, fino al compimento di un anno di età del bambino.
La questione aveva dato origine, in passato, ad imbarazzanti querelle, posto che, l’assenza di richiamo della normativa sulla nullità del licenziamento della lavoratrice in gravidanza, all’ambito del lavoro domestico, rappresentava un vuoto normativo non univocamente interpretabile.
Sulla questione si è, però, recentemente pronunciata la Cassazione Civile, con la sentenza n. 17433 del 16.4.2015, depositata il 2.9.2015, affermando che, non essendo prevista per legge la tutela della maternità in ambito di lavoro domestico, non può essere considerato né illecito né discriminatorio il licenziamento avvenuto in occasione dello stato di gravidanza della lavoratrice.
In particolare, per mutuare un passo motivazionale della citata sentenza, si legge testualmente che: “Non essendo per legge vietato licenziare – in ambito di lavoro domestico – la lavoratrice in stato di gravidanza, detto recesso non può essere illecito o comunque discriminatorio”.
Una conclusione pare scontata: una volta di più, le mamme, che molto spesso sono impiegate in ambito di lavoro domestico proprio per riuscire a conciliare l’impegno lavorativo con le esigenze di accudimento della prole, sono fortemente penalizzate, non potendosi veder tutelato il diritto alla conservazione del posto di lavoro durante il periodo della gravidanza.
Si auspica, sul punto, un intervento del legislatore che si faccia promotore della effettiva parità dei diritti di tutte le donne lavoratrici, senza discriminazione tra chi presta attività lavorativa in ambito domestico e chi svolge attività di lavoro subordinato.

Avv. Paola Carrera

(Avvocato civilista in Torino)


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