Adolescenza, il cervello dei ragazzi non è quello di un adulto

La neurologa Francis Jensen si è dedicata allo studio del cervello degli adolescenti da quando i suoi figli sono entrati in questa particolare fase della vita. Oggi tiene conferenze per spiegare quanto il cervello di un adolescente sia ancora diverso da quello di un adulto.

Quando i suoi figli hanno raggiunto l’adolescenza, a Frances Jensen, così come a molti genitori, è venuto spesso da chiedersi: “Ma cosa gli passa per la testa?”

“È un mantra ricorrente di genitori e insegnanti” dice la Jensen, che lavora come neurologa nel reparto di pediatria del Children’s Hospital di Boston.

Come quando il suo primo figlio, Andrew, a 16 anni si tingeva i capelli corvini con striature rosse, andava a scuola indossando vestiti di pelle borchiati, scarpe con la zeppa, e i suoi voti precipitavano.

Ho visto mio figlio trasformarsi in qualcun altro, tuttavia sapevo che nel profondo era sempre lo stesso Andrew”; d’improvviso, i figli le sembravano creature di una specie aliena.

Jensen è un’esperta di Harvard sull’epilessia, non di sviluppo del cervello durante l’adolescenza, ma nel tentativo di affrontare gli umori aspri dei propri figli e la loro esasperante presunzione che fosse sempre qualcun altro a dover raccattare i loro panni sporchi, decise di investigare quali fossero le scoperte dei neuroscienziati sul comportamento e sulla mente degli adolescenti.

La mente di un adolescente funziona in modo diverso

La scoperta riguarda non tanto cosa passi loro per la testa ma piuttosto come.

La Jensen racconta che gli scienziati credevano che lo sviluppo del cervello umano fosse più o meno completo già verso i 10 anni; detto in altri termini: “Che il cervello di un adolescente fosse in tutto simile a quello di un adulto, solo con meno chilometri!”

Eppure le cose non stanno così. Tanto per cominciare una parte cruciale del cervello, i lobi frontali, non è ancora del tutto collegata. Proprio così: “Si tratta di quella parte del cervello che dice ‘è una buona idea? Quali saranno le conseguenze di questa azione?’. Non che agli adolescenti manchi un lobo frontale o che non possano utilizzarlo, è solo che lo fanno con maggior lentezza”.

Questo accade perché le cellule nervose che collegano i lobi frontali degli adolescenti alle altre parti del loro cervello sono ancora lente, non hanno sufficiente mielina, quella materia bianca, quel rivestimento grasso che è presente invece nel cervello adulto.

È una sorta di isolamento elettrico, i nervi hanno bisogno della mielina perchè la trasmissione dei segnali nervosi possa fluire liberamente. Una mielinizzazione a chiazze o troppo sottile rende inefficace la comunicazione fra le varie parti del cervello.

Lobi frontali parzialmente connessi

La dottoressa Jensen pensa che questo spieghi cosa accadeva nella mente del più piccolo dei suoi figli, Will, verso i 16 anni. Come Andrew, era stato un bravo studente, indefesso e con ottimi voti agli esami. Eppure, un mattino andando a scuola aveva girato a sinistra mentre sopraggiungeva una macchina. Lui e l’altro conducente stavano bene, ma l’auto era distrutta.

L’altro conducente era una ragazzo di 21 anni, forse anche lui con dei lobi frontali non ancora del tutto connessi? Secondo studi recenti la mielinizzazione non è completa fin verso i 25 anni.

Questo potrebbe anche spiegare perché gli adolescenti sembrano concentrati solo su di sé in modo tanto esasperante. “Si pensa a loro come persone egoiste, maleducate, scorbutiche”, dice la Jensen, “e in effetti è proprio lo stadio evolutivo nel quale si trovano; non tutti pensano o sono in grado di pensare alle conseguenze del proprio comportamento sulle altre persone. Per far questo bisogna essere dotati di comprensione e discernimento, proprio le cose per le quali è necessario un buon collegamento dei lobi frontali.”

Più vulnerabili alla dipendenza

Non è però solo questa la grossa differenza nel cervello degli adolescenti. La Natura ha reso più eccitabile la mente dei bambini e degli adolescenti. La chimica del loro cervello è predisposta per rispondere con prontezza a ogni stimolo ambientale. Dopo tutto, è così che imparano tanto in fretta.

Ma questo può rivelarsi controproducente in caso di consumo di alcol, nicotina, cannabis, cocaina o ecstasy…

“Si è visto che la dipendenza è, in sostanza, una forma di ‘apprendimento’”, sostiene la Jensen. Dopo tutto, se il cervello è programmato per formare nuove connessioni in risposta all’ambiente, e le droghe, potenti psicotropi, rendono l’ambiente molto penetrante, queste sostanze non fanno che “agire su quell’abilità nel dar forma ad abitudini e dipendenze che negli adolescenti è molto accentuata rispetto agli adulti”.

Così gli studi hanno dimostrato che un adolescente che fumi marijuana mostrerà deficit cognitivi ancora nei giorni seguenti, mentre un adulto che abbia fumato la stessa quantità di droga ritornerà ai suoi standard molto più in fretta.

È una conoscenza che si è rivelata utile alla Jensen anche in famiglia.

“La maggior parte dei genitori dice ‘Non bere, non fare uso di droghe’” racconta Will, il secondogenito, “e io sono il genere di ragazzo che risponde ‘perché?’ “

Quando Will chiedeva perché, sua madre rispondeva per filo e per segno spiegando la relazione fra le droghe e il cervello degli adolescenti. Così avrebbero saputo che “se fumi l’erba stasera e devi sostenere un esame dopo due giorni, non potrai dare il meglio di te, è un dato di fatto.”

I vantaggi di avere una mamma neuroscienziata

Ci sono anche altri vantaggi ad avere una madre neuroscienziata, secondo Will. Come quando era tentato di tirare avanti a studiare per tutta la notte.

“Leggi quello che ti serve stasera e vai a dormire” mi diceva mia madre, “e mi spiegava che l’argomento letto sarebbe stato preso dalla memoria a breve termine e consolidato durante il sonno, perciò lo avrei saputo meglio al risveglio che non la sera prima.”

E ha sempre funzionato, dice Will.

Ha funzionato anche per Andrew, l’ex dark; oggi è all’ultimo anno di fisica alla Wesleyan University, e dice di sua madre: “Penso che sia straordinaria! Non sarei qui se non ci fosse stata lei nella mia vita!”

Per qualunque genitore che sia sopravvissuto all’adolescenza non credo esistano parole più dolci.

Traduzione dall’inglese di Michela Orazzini

tratto da Npr


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