Ragazzi e utilizzo del cellulare a scuola

Risale a qualche settimana fa la notizia della sospensione, da parte della dirigente scolastica, di ventidue studenti di una scuola media nel torinese colpevoli di aver fotografato e filmato di nascosto, con il cellulare, gli insegnanti durante lo svolgimento delle lezioni e, poi, di aver diffuso su WhatsApp e Instagram il materiale frutto della “bravata”.

Si tratta di un episodio che merita un paio di riflessioni e la prima, senz’altro, riguarda il modo in cui i ragazzi utilizzano quel potentissimo strumento che i genitori, con leggerezza e noncuranza, affidano nelle loro mani già verso gli otto o nove anni e che possiede il 95% dei dodicenni.

Lo smartphone sembra, ormai, essere diventato un imprescindibile strumento di aggregazione per i giovani, senza il quale si sentono tagliati fuori da tutte quelle piattaforme online e quelle chat nelle quali condividono la loro vita reale insofferenti a qualsiasi regola di buonsenso e a qualsiasi limite.

Ma chi dovrebbe insegnar loro, soprattutto attraverso l’esempio e non superficialmente con l’inazione parolaia, queste regole e questi limiti?

La risposta parrebbe ovvia: i genitori. Tuttavia se ci soffermiamo a osservare gli adulti, al ristorante, per strada, nel vagone di un treno, comprendiamo subito come non siano un esempio illuminante di corretto utilizzo del cellulare. Per non parlare, poi, del modo in cui anche un genitore si “racconta”, postando informazioni e immagini, sui social network senza prestare la minima attenzione al rispetto della privacy propria e altrui e senza riflettere sulle conseguenze che potrebbe derivare per l’incolumità personale e sul piano legale.

La seconda riflessione riguarda la reazione delle madri e dei padri di questi ragazzini che si sono schierati dalla parte dei loro figli e contro la scuola, rea di aver preso un provvedimento eccessivo per una “bravata” punibile, a parer loro, con una lavata di capo.

Si tratta dell’ennesimo episodio che conferma come, ormai, i genitori siano diventati, anche nelle relazioni con gli insegnanti, i più strenui “sindacalisti” dei figli, pronti a difenderli se hanno portato a casa una nota, un voto basso o un provvedimento disciplinare come, appunto, la sospensione per un giorno.

Le cronache costantemente registrano casi di genitori che maltrattano verbalmente e, talvolta, fisicamente i professori arrivando a denunciarli.

In tal modo i docenti restano orfani della loro autorità (a volte purtroppo dell’autorevolezza provvedono loro stessi a spogliarsi), e si ritrovano a vivere le ore scolastiche con la sensazione di “essere in trincea” sempre attenti a difendersi dagli attacchi più o meno occulti degli studenti, armati di cellulare, e da quelli diretti dei “genitori-spazzaneve” solerti nel pulire la strada che percorrono i loro figli nell’assurda convinzione di fare il loro bene, senza comprendere come sia dal rispetto delle regole e dall’assunzione delle responsabilità, conseguente dall’averle infrante, che un giovane cresce diventando adulto non solo all’anagrafe.


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