Allattamento prolungato: una definizione infondata

Un tempo non aveva un nome. Per secoli, le mamme hanno allattato i loro bambini per un anno, due, tre, senza dare un nome specifico a questo loro allattare. Allattavano i loro bambini. Punto. Se il bambino aveva tre mesi o tre anni, sempre allattamento era. Senza bisogno di definizioni ad hoc, che differenziassero le poppate dei piccolissimi da quelle dei grandicelli. Poi è successo che con l’avvento della formula artificiale e l’abbandono progressivo dell’allattamento avvenuto dopo la metà del secolo scorso, tutto quello che aveva a che fare con le poppate, un patrimonio di conoscenze e consapevolezza trasmesso di donna in donna nei secoli, con l’esempio più che con le parole, è andato perduto. O forse no, non proprio perduto. Diciamo dimenticato.

Diverse generazioni di mamme non hanno allattato** e tutto quello che un tempo era normale, pian piano è diventato nuovo, eccezionale, da riscoprire. E con la riscoperta dell’allattamento ha preso il via anche la ricerca di definizioni per parlare di questo aspetto dell’accudimento, perché da sempre abbiamo bisogno delle parole per raccontare la realtà, per interpretarla, per plasmarla.

Abbiamo iniziato a parlare di allattamento materno e allattamento al seno, per distinguerlo dall’alimentazione con la formula artificiale, di allattamento a richiesta, per distinguerlo da quello ad orari entrato in uso con l’avvento del biberon e della formula, di allattamento su segnale per specificare che è opportuno offrire il seno al neonato non appena si notano dei segnali di fame (senza attendere il pianto che è un segnale tardivo)… Tante definizioni per riportare nell’immaginario comune questa pratica antica quanto l’uomo (d’altronde è grazie al latte materno se la specie umana è sopravvissuta nei secoli). Ed è in questo contesto che si inserisce la definizione coniata per indicare l’allattamento di un bambino non più piccino, di un anno, o due, o più. Allattamento prolungato. Eccolo lì il termine specifico.

Ma c’è un problema.

Questo termine – “prolungato” – non è un termine neutro, ma ha in sé, implicito ma neanche troppo, una sorta di giudizio. Prolungato, ovvero reso più lungo, allungato, protratto nel tempo. Non è un caso se la maggior parte della gente quando sente parlare di allattamento prolungato pensa a qualcosa di troppo, di più, di fuori dalla norma. Il termine stesso ci porta su quella strada.

Un vero peccato…

Chi è impegnato nel campo della promozione dell’allattamento non poteva non accorgersene e oggi la direzione è quella di abbandonare questa definizione, si cerca di non usarla più, ma di sostituirla con altre formule: allattamento di bambini grandicelli, allattamento dopo l’anno, allattamento di bambini ai primi passi, ecc.

Tra i tentativi di ridefinizione ce n’è uno che sta prendendo abbastanza piede: allattamento a termine. In questo modo si vuole indicare un allattamento che si conclude spontaneamente quando il bimbo ha esaurito il suo bisogno di poppare e non cerca più il seno materno. Un’altra definizione che a me, dico la verità, non convince (a qualcuno fa venire in mente addirittura l’aggettivo terminale, una tristezza…)

E quindi? Che fare? Come le chiamiamo queste poppate dopo l’anno?

E se lo chiamassimo solo allattamento? Se lasciassimo perdere tutte queste definizioni? Se lo accettassimo per quello che è, una normale pratica di salute, una parte della relazione madre-bambino, un gesto d’amore, senza bisogno di una laurea in terminologia applicata per parlarne?

In fondo per tutte le altre relazioni d’amore non usiamo tanti termini specifici. Quando incontriamo due persone che si amano da più di sei mesi non parliamo di innamoramento prolungato, di fronte a due sposi non parliamo di amore a termine. E per tornare alla relazione mamma-bambino, dopo il primo compleanno non parliamo di “abbracci prolungati” o di “baci prolungati”… Il genitore che ha intenzione di coccolare il proprio bambino finché ne avrà l’occasione, ovvero finché il bambino avrà piacere di ricevere baci e carezze, non dichiara di voler compiere “gesti d’affetto a termine”.

Allora, la proposta è quella di riporre il vocabolario nello scaffale e goderci le poppate senza tante definizioni. Allatto, sì che bello. Io e mio figlio siamo proprio contenti. Poi se il figlio ha sei mesi, un anno o tre, la sostanza non cambia.

La mamma allatta, lei e il suo bambino sono contenti. Non stanno facendo nulla di strano, anormale o eccezionale. Quindi non hanno bisogno di tante definizioni.

Le parole per raccontare l’allattamento in fondo ci sono già, esistono da sempre: mamma, bimbo, latte e amore.

Buon allattamento!

Giorgia Cozza

**Non ci fermiamo a riflettere sul perché, il discorso si farebbe lungo, dovremmo parlare delle motivazioni storiche, delle informazioni scorrette che sono state date ai genitori, dell’ambizione di riuscire a ricreare in laboratorio un latte equivalente a quello materno e della scoperta che non era possibile, degli interessi economici di alcuni, dell’ignoranza di tanti… Per chi volesse approfondire l’argomento segnalo il libro Latte di mamma… tutte tranne me!

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