Un bambino e un parto difficile: una storia di pelle

N.B: questo testo è la  PARTE di un articolo più lungo che abbiamo chiamato “Una storia di pelle“. Ne pubblichiamo uno alla settimana. 

Se vuoi leggere la 2° PARTE “Affrontare la vita dopo una nascita difficile: una storia di pelle” clicca qui

Questa è la storia di un bambino diventato uomo faticosamente, tentando di affrontare tante difficoltà. È una storia raccontata da questo bambino, da questo ragazzo e da questo uomo, anno dopo anno, a una persona cara che, forse non troppo per caso, nella vita ha deciso di prendersi cura di altri bimbi e famiglie in difficoltà e che nel tempo ha tentato di ascoltare in profondità quel racconto.

Ma è anche la storia di altri bimbi e altre famiglie, che vi si ritroveranno qua e là, tra spiegazioni, luoghi comuni, emozioni inespresse. La condivido con voi perché a volte ho bisogno di smettere di parlare dall’alto di quello che so e di cercare risposte alle domande che forse non ne hanno, immergendomi nelle storie e nelle vite di chi mi apre la porta, cercando in punta di piedi di alleviare un po’ della fatica che ognuno si porta dentro.

Questa è la storia di un bimbo nato in una famiglia normale e da bravi genitori che hanno tentato di crescerlo nell’amore; il primo di tre figli, venuto al mondo dopo una gravidanza serena ma un parto difficile. Alla nascita il suo cuoricino è andato in sofferenza e il suo corpo ha ricevuto poco ossigeno; “avevo tre giri di cordone intorno al collo”, ma siccome il bimbo respira attraverso la mamma, il cordone ombelicale intorno al collo non lo strangola togliendogli l’aria, semmai rimane più corto ed è più facile che venga schiacciato durante il parto, limitando l’apporto d’ossigeno al piccolo.
L’ansia e la paura che l’ossigeno fosse mancato per troppo tempo al cervello del bambino, limitando alcune delle sue funzioni vitali, è nel tempo diminuita visto che il piccolo stava crescendo e imparando a vivere, giorno dopo giorno, facendo sempre progressi.

Per soccorrere il bambino, subito dopo la nascita è stato messo in incubatrice, separato dalla mamma precocemente per trovare il calore di luci artificiali e la purezza di un’aria ricca di ossigeno, continuamente monitorato per assicurarsi che non stesse peggiorando; ci è rimasto a lungo, fino a che i ricordi di questo tempo infinito non hanno coperto la realtà fin troppo dolorosa delle giornate trascorse lì dentro.

 Dicono che i primi ricordi della nostra vita che possiamo riportare sono quelli che si formano intorno ai tre anni, ma dove vanno a finire tutte le esperienze vissute prima di allora? Si iscrivono sotto la pelle, nei tessuti, nel corpo, per rimanere sedimentati nell’inconscio o nel subconscio – lo sostengono numerosi studiosi olistici, che non scindono la mente dal corpo e vedono l’essere umano come un sistema complesso, ricco, e non divisibile.

Così il bimbo cresce, anno dopo anno, e si rivela essere quasi perfetto: sano, senza problemi, solo con un piccolo difetto visivo, chissà se poi legato al parto, e con una spiccata dislessia, che ormai dicono essere semplicemente una forma diversa di intelligenza, un modo altro di guardare il mondo, con curiosità e analisi per immagini più che per parole, percezione multidimensionale (con tutti i sensi contemporaneamente), con forte intuito e capacità di introspezione. In effetti questo quadro racconta molto bene il nostro bimbo, acuto e sensibile, a volte tanto chiuso in sé da non essere capito, timido fino a risultare a volte un po’ sottomesso rispetto ai suoi compagni.

A volte, quando gli amici lo prendono in giro quasi li lascia fare, quasi non gli interessasse; ma se qualcuno, per gioco o scherzando, lo blocca per i polsi, una belva sembra volersi liberare dal suo corpo: non capisce più nulla, si arrabbia, tenta di ribellarsi con tutte le sue forze, con fatica e dolore, da una morsa che non può essere quella della mano di un bimbo come lui che gli ha solo preso il polso.
Con un atteggiamento uguale e contrario, però, è capace di una dolcezza profondissima. Sa cercare la mano di una persona cara al buio, con estrema delicatezza, quasi aspettasse l’accettazione di quel gesto, sfiorarla piano piano scoprendone ogni caratteristica, ma anche prenderla con sicurezza trasmettendo presenza, amore, aprendo il proprio mondo all’altro come solo i ragazzini innocenti sanno fare. Progressivamente, il tatto si rivela essere il centro di molte delle percezioni, negative e positive, che gli arrivano dal mondo esterno e dalla sua interiorità…

Il racconto continua la prossima settimana!

Nicoletta Bressan


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