Affrontare la vita dopo una nascita difficile: una storia di pelle (seconda parte)

N.B: questo testo è la 2° PARTE di un articolo più lungo che abbiamo chiamato “Una storia di pelle“. Ne pubblichiamo uno alla settimana. 

Se vuoi leggere la 1° PARTE “Un bambino e un parto difficile: una storia di pelle” clicca qui

La settimana scorsa vi stavo raccontando la storia di un bimbo nato con un parto difficile e rimasto a lungo in incubatrice che, crescendo, ha mantenuto impressi nella memoria corporea i segni del suo passato. Non parliamo, probabilmente, solo della memoria subconscia del corpo, iscritta sotto la pelle, ma anche di quella tradizionale della mente. Forse a causa di ciò che sente o del ripetersi dei racconti sulla sua nascita da parte dei genitori, il bambino sa benissimo che il malessere avvertito ogni volta che lo prendono per i polsi (ma anche per le caviglie o se gli toccano il collo) deriva dal fatto che, quando era in incubatrice, è stato legato proprio per i polsi e per le caviglie, per evitare che strappasse tutti i tubicini che lo tenevano in vita. Questa consapevolezza lo accompagna sin da quando è piccolo, raramente rivelata, se non alle persone più care, e rimane un vincolo, una fatica, esattamente come la percezione di quello che è accaduto quando è venuto al mondo: “Io ho dovuto sempre lottare, per tutto, da quando sono nato”.

Il bambino cresce, diventa un ragazzino timido, ma fa tante esperienze: le ragazze, il cambio di scuola, le amicizie e le inamicizie, un po’ come tutti nell’adolescenza. Il suo bisogno di trovare uno spazio lo porta verso un brutto giro, un piccolo circolo vizioso di fumo e spaccio, da cui riesce ad uscire per il rotto della cuffia salvandosi la pelle, la morale e conservando un poco della sua innata sensibilità. Questo periodo non passa senza lasciare segni sulla sua pelle: tagli autoinferti, bruciature e cicatrici rimangono impressi sulla cute e sotto di essa. Una sola, visibile cicatrice rimare ancora come un marchio, a distanza di anni, sul braccio: è il segno del metallo di un accendino, scaldato e appoggiato volontariamente sulla pelle, ancora e ancora, ogni volta che la ferita si rimargina. Adolescente, ragazzo, la vita scorre, fra una corsa in moto e un sorriso finalmente ritrovato nelle giornate, un nuovo amore, dolci carezze e graffi sulla pelle finalmente avuti per passione, invece che per dolore. Ma la vita di nuovo lo colpisce: durante una gita in moto, il suo amico ha un incidente e il nostro ragazzo lo accoglie, morente, tra le braccia, fra le mani. Arriva il primo tatuaggio, il primo simbolo cercato e voluto, poi altri si susseguiranno nel tempo: una piuma nera tribale, piena, pesante; un guerriero; un paesaggio autunnale. Ora la pelle diventa una tela per mostrare agli altri la propria filosofia, la pesantezza avvertita e la leggerezza cercata, la lotta continua, la vita e la morte che si intrecciano più e più volte nella sua esistenza. Il ragazzo inizia a parlare, anche se raramente, della propria faticosa esistenza; il modo per farlo stare calmo, mentre racconta queste esperienze, è semplice: tenergli la mano, con un tocco fermo e presente, essere lì solo per ascoltare, a volte, il silenzio. Il suo cammino continua, ma di tante sue storie, felici e tristi, non posso parlare qui. Giorno dopo giorno diventa un bellissimo uomo e un gran lavoratore. Sulle mani ha i segni del mestiere: è giardiniere e boscaiolo, per lui ferite, ricucite sono all’ordine del giorno, quasi non le sentisse più; sotto i calli rimane però la sua delicatezza, la dolcezza di cui era capace il ragazzino di mille anni prima. I polsi, il collo e le caviglie sono sempre molto sensibili, non porta orologi o collane e ancora soffre se lo si blocca per il polso; ha però imparato a mediare, lavorando su di sé, in modo da non scattare, resistere e a volte spiegare che per lui è veramente fastidioso essere toccato così.

Forse bisogna fare uno sforzo per capire perché vi ho raccontato questa storia. Alcune persone si portano addosso il vissuto del modo in cui sono arrivati in questo mondo faticando a liberarsene, quasi come se fosse un destino; per me questa storia ne è l’emblema. Non voglio parlare in modo deterministico né addossare colpe. La prima cosa che avverto, semplicemente, ogni volta che penso a questa storia, è un gran bisogno di aprire il cuore e accogliere un po’ di dolore, come se potessi abbracciare quel bambino sofferente che ancora vedo nell’uomo adulto a cui stringo le mani. Non posso fare altro per lui. Come professionista che lavora con i genitori e con i bimbi appena affacciatisi a questo mondo, però, sento di poter cambiare qualcosa. Di poter accompagnare i genitori che hanno avuto difficoltà, di diffondere il più possibile la marsupioterapia e il contatto mamma-bimbo (o papà-bimbo). Spesso mi sono chiesta: se questo cucciolo così faticosamente arrivato al mondo avesse incontrato il torace della mamma e le sue mani almeno un’ora al giorno, si sarebbe ribellato comunque così tanto in incubatrice da dover esser legato polsi e caviglie? E poi, anche da parte degli operatori, le carezze non potevano forse ottenere con dolcezza quello che le cinghiette facevano con la forza (far acquietare il piccolo)? Se questi genitori fossero stati accompagnati nel tempo per alleviare il dolore legato alla memoria cutanea subita dal piccolo (oltre che a lenire il proprio dolore fisico e psicologico della separazione e di quello che veniva fatto al figlio), una volta cresciuto il ragazzo avrebbe cercato tanto dolore? Non parlo, semplicemente, della vita e delle cose che sono accadute, ma di come si affrontano le sfide che continuamente ci si presentano sul cammino: un disagio può essere sfogato, usato per superare un ostacolo, oppure perpetuato, trattenuto quasi come una punizione, marcandolo a fuoco sulla propria pelle provocandosi dolore. Le memorie di tutte le esperienze restano in noi, ma differente può essere il messaggio che ne traiamo; ben diverso è dire: “Sono arrivato lottando, ma ho vinto e ora so di poter affrontare tutto, sarà tutto in discesa” da dire: “Sono arrivato lottando e tutta la mia vita è una lotta in cui continuo a perdere qualcosa e soffrire”. Chissà se con le giuste attenzioni si sarebbe persino potuti arrivare a fargli pensare: “L’inizio è stata una fatica, ma guarda a che spettacolo mi ha portato!”.
Penso ai genitori di oggi, trent’anni dopo, e a quante possibilità hanno per far si che i propri figli non debbano affrontare da soli questi pesi: il massaggio infantile, il portare in fascia, il contatto, sono tutti modi per iniziare a lavorare insieme sui vissuti dei genitori e dei piccoli, tanto che sono ancora in superficie e più facili da curare, potendo lasciare ai bambini un percorso di cura di sé già ben avviato per quando dovranno affrontare il mondo da soli, perché: “Ti ho accompagnato e abbiamo lottato insieme, è così che ce l’abbiamo fatta!”.

Nicoletta Bressan


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