I nostri bambini sono super protetti? Generazioni a confronto

N.B: questo testo di Hanna Rosin  è la 3° PARTE di un articolo più lungo che abbiamo chiamato “Il bambino super protetto“. Ne pubblichiamo uno alla settimana. 

Se vuoi leggere la 1° PARTE  “Il bambino super protetto: l’esempio del parco giochi ”The Land” clicca qui

Se vuoi leggere la 2° PARTE “Riflessioni sull’educazione “al rischio” e bambini super protetti: tra controllo e libertà” clicca qui

Se vuoi leggere la 4° PARTE I figli crescono troppo in fretta? Sì, e troppo “super protetti”” clicca qui

“Nel 1972, per la sua dissertazione in geografia, lo studente di origini britanniche Roger Hart scelse un tema inusuale. Si trasferì per due anni in una cittadina rurale del New England e tracciò i movimenti di 86 bambini della scuola elementare locale, al fine di creare quella che aveva chiamato una “geografia dei bambini”, comprensiva di vere mappe degli spostamenti e della loro durata, per mostrare quanto e come i bambini si allontanavano da casa.

Di solito, le ricerche sui bambini sono condotte facendo interviste ai genitori, ma Hart decise di andare dritto alla fonte. Il direttore della scuola gli prestò una stanza, che divenne nota come “la stanza di Roger”, e pian piano prese confidenza con i bambini. Hart chiese loro dove andavano ogni giorno e cosa ne pensavano dei luoghi che frequentavano, ma, soprattutto, vagabondò insieme a loro. Persino ora, che è padre e accademico affermato, Hart ha un’aria sognante e dispettosa. I bambini si trovavano bene con lui e amavano condividere le cose di cui andavano fieri e i propri segreti. Spesso lo conducevano in luoghi che gli adulti non avevano mai visto prima – rifugi e fortini che avevano costruito solo per sé.

La metodologia di Hart era innovativa, ma non pensava certo di studiare qualcosa di profondo. All’epoca molte delle sue osservazioni devono essere apparse banali. Ad esempio: “Ero colpito dalla grande quantità di tempo impiegato dai bambini a trasformare il paesaggio per costruire luoghi adatti a sé e ai propri giochi.”

Eppure, nel leggere oggi la sua tesi di dottorato, sembra di riscoprire una civiltà perduta, una cultura dell’infanzia con le proprie modalità di gioco e di pensiero, con il proprio modo di sentire, che ormai ci è del tutto estranea. I bambini trascorrevano immense quantità di tempo per conto proprio, creando paesaggi immaginari di cui i genitori a volte non sapevano nulla. I genitori non avevano alcun ruolo nelle dinamiche degli incontri – “è andando in giro in bicicletta che ai ragazzini più grandi capita l’occasione di giocare gli uni con gli altri”, osservava Hart.

I fortini che costruivano non erano elogiati e ammirati dai genitori, perché questi non li vedevano quasi mai. Attraverso le sue mappe, Hart scoprì ampi schemi: fra la seconda e la terza elementare, ad esempio, il “margine di libertà” dei bambini – la distanza che avevano il permesso di coprire senza dover chiedere il consenso – tendeva a espandersi in modo significativo, perché potevano andare soli in bicicletta a casa di un amico o al campo da pallone. In quinta elementare, soprattutto i maschi conquistavano una “libertà straordinaria” e potevano andare quasi ovunque senza mai chiedere il permesso (le bambine avevano più restrizioni perché aiutavano spesso le madri con i lavori di casa e le commissioni, o badavano ai fratelli più piccoli).

Per i bambini, ogni piccolo ampliamento dei propri “margini di libertà” – attraversare una strada asfaltata o andare in centro – era un segno di crescita. Hart notava che “sapere come arrivare nei vari luoghi” e scoprire scorciatoie che gli adulti non usavano, dava loro particolare motivo di orgoglio. La ricerca di Hart divenne la base per un documentario della BBC, che lui mi ha mostrato di recente nel suo ufficio alla City University di New York. Una lunga scena ha luogo attraverso un fiume dove i bambini volevano costruire quelle che chiamavano “case sul fiume”, strutture fatte di rami e cianfrusaglie portate di straforo da casa.

In una scena, Joanne e sua sorella Sylvia mostrano all’operatore la “casa” che hanno costruito, soprattutto con teli marroni e arancio stesi sui rami. Il mobilio è stato costruito con amore e ingegno – la TV, ad esempio, è una cassa messa su una roccia sulla cui parte anteriore hanno fissato col nastro adesivo un servizio fotografico glamour preso da una rivista. Il telefono è una pietra con un pezzo di filo attorcigliato che sbuca da sotto. Le ragazzine vengono filmate, quindi dovrebbero essere imbarazzate, invece sono del tutto a proprio agio, rovesciano i capelli, si siedono una accanto all’altra sulle casse e disegnano progetti di rinnovo della casa. Accanto, il loro fratellino di 4 anni sta tagliando con l’accetta un ramoscello per fare un’aggiunta. Le ragazze e i loro fratelli hanno trascorso qui centinaia di ore nel corso degli anni; la loro madre non è mai stata qui, neppure una volta, perché, dicono, a lei non piace avere le dita dei piedi bagnate.

In un’altra scena, Andrew e Jenny, fratello e sorella di 6 e 4 anni, esplorano un angolo di bosco alla ricerca delle felci migliori per farsi un letto. Jenny gironzola con le sue calze fino al ginocchio, le trecce svolazzanti, cercando le foglie più grandi. Suo fratello maggiore cerca di sistemarle. Il sole brilla attraverso le dense fronde degli alberi e la telecamera indugia a lungo sui bambini. Quando sono soddisfatti del loro letto, si stendono uno accanto all’altra. “Non prendere nessuna delle mie foglie” lo rimprovera Jenny, e Andrew le fa la linguaccia. A questo punto, riesco a sentire nella mia testa il genitore che interviene: “Coraggio, bambini, condividete, ci sono foglie per tutti.” Ma nessun genitore è nei paraggi; i bambini sono fuori dalla loro portata ormai da ore. Ho pianto durante la visione del documentario, ed è stato solo dopo qualche giorno che ho capito perché. In tutti i miei anni da genitore, non ho mai incontrato bambini così intimamente centrati, così in sintonia gli uni con gli altri, così completamente assorbiti dal mondo che loro stessi hanno creato, e credo sia perchè in tutti i miei anni da genitore, ho perlopiù incontrato bambini che danno per scontato di essere sempre controllati.

Nel 2004, Hart è ritornato nella stessa città per fare uno studio di follow-up. Il suo obiettivo era ricontattare alcuni dei bambini di cui aveva scritto e che ancora vivessero nel raggio di 100 miglia dalla città, per vedere in che modo stessero crescendo i loro stessi figli, e studiare alcuni dei nuovi bambini che vivevano attualmente nella cittadina.

Ma sin dal primo giorno del suo arrivo, ha capito che non avrebbe mai più potuto effettuare la sua ricerca come in passato. Hart ha iniziato dalla casa di un bambino che aveva conosciuto allora, oggi padre lui stesso, e ha chiesto di poter parlare con il figlio all’aperto. La madre ha acconsentito a farli stare nel giardino sul retro, ma li ha seguiti, rimanendo sempre a circa 200 metri di distanza. Hart non ha avuto la sensazione che i genitori fossero sospettosi nei suoi confronti, piuttosto che “fossero assuefatti all’idea di dover sempre restare vicini ai figli e che non amassero l’idea di lasciarli andare.” Ha capito che stavolta avrebbe potuto avvicinare i bambini solo attraverso gli adulti; anche i bambini non sembravano troppo interessati a parlare con lui da soli; ricevevano già moltissima attenzione da parte degli adulti.

“Erano talmente abituati a farsi organizzare la vita dai genitori!”, mi ha spiegato. Nel mentre, il nuovo preside della scuola aveva detto ad Hart che non voleva si facesse alcuna ricerca all’interno della scuola, in quanto non legata al programma didattico. A un certo punto, Hart ha rintracciato Sylvia, una delle bambine che aveva filmato alla casa sul fiume. “Roger Hart! Oh mio dio, allora la mia infanzia è esistita!” ha esclamato al telefono. “È solo che racconto sempre alle persone quello che facevamo, e nessuno mi crede!”. Sylvia vive in periferia ed è mamma di due bambini di 5 e 4 anni, lei e il marito si sono trasferiti in una nuova casa a 30 miglia dalla città. Quando Hart è andato a trovarla, ha filmato l’incontro. Mentre erano fuori in giardino Sylvia gli ha raccontato che ha comprato questa casa perché voleva dare ai propri figli il tipo di infanzia che aveva avuto lei, e quando aveva visto la piccola area boscosa sul retro, il suo cuore aveva avuto un sussulto. Eppure, “non c’è modo di farli andare nel bosco”, ha aggiunto. “La mia città adesso è così diversa, con gente che va e che viene, e tante persone di passaggio.” Hart le ricorda di quando trascorreva quasi tutto il tempo lungo il fiume a giocare. “Qui non ci sono fiumi”, dice, e poi sussurra, “e ne sono ben contenta!”. Ci sarà presto una recinzione attorno al prato – menziona la recinzione diverse volte – “così i bambini saranno contenuti”, e lei potrà sempre vederli dalla finestra della cucina. Mentre Sylvia viene intervistata, suo figlio fa qualche tentativo poco convinto di tagliare la siepe con un paio di forbici, ma non sembra che sappia davvero come fare, e non si allontana mai più di qualche centimetro dal padre.

Quando Hart mostra a Jenny e Andrew la sequenza di loro che giocano con le felci, sono entrambi molto commossi, non hanno mai visto un film di quando erano bambini e anche per loro i ricordi si sono allontanati in una sorta di irrealtà nebulosa. Sono entrambi genitori e vivono ancora in quella città del New England. Di tutte le persone che Hart ha raggiunto, sembrano quelle che hanno provato con più impegno a ricreare per i propri figli alcune delle opportunità di gioco che loro stesse avevano avuto. Jenny ha comprato una casa, con un fienile, accanto a un vasto angolo di bosco; non lascia che i figli stiano molto davanti alla TV o ai videogiochi, li incoraggia piuttosto ad andare nel fienile a giocare o ad aver cura del giardino.

Dice che non si preoccuperebbe se si allontanassero nel bosco, ma “non vogliono andare dove non possono esser visti.” In ogni caso, si muovono grazie ai vari sport di squadra che praticano. Jenny ritrova un po’ della se stessa bambina quando racconta di come lei e i bambini impilino le rocce nel giardino per costruire uno scivolo da neve, o innalzino un fortino con dei legnetti. Ma l’iniziativa è sempre di Jenny, i bambini di solito non esplorano per conto proprio. Fra questi nuovi bambini il “margine di libertà” è assai limitato. Non si avventurano molto lontano da casa, e non sembrano desiderarlo.

Hart ha parlato con un poliziotto della zona che gli ha detto che non c’è tutta questa gente di passaggio, e che nel corso degli anni il tasso di criminalità è rimasto piuttosto stabile – stabilmente basso. “C’è una paura” fra i genitori, mi ha detto Hart, “un’esagerazione dei pericoli, una perdita di fiducia la cui spiegazione non è sempre chiara.” Hart non ha ancora pubblicato i risultati della sua più recente ricerca e mi ha confidato di essere sospettoso a proposito della sua personale nostalgia per i bambini Rousseauiani dei suoi ricordi. Ad esempio, dice di dover essere onesto a proposito degli aspetti che sono migliorati in questa nuova versione dell’infanzia. Ai vecchi tempi, quando i bambini erano lasciati da soli, le gerarchie di potere si formavano molto in fretta e alcuni bambini restavano sempre in fondo alla scala gerarchica, se non ne venivano addirittura esclusi. Inoltre, i padri erano largamente assenti, oggi i bambini sono molto più vicini ai loro papà e ad entrambi i genitori di quanto non lo fossero allora. Aggiungerei che gli anni ’70 sono stati il decennio dell’esplosione di divorzi, e molti bambini si sono sentiti trascurati dai propri genitori; forse la supervisione stretta cui sono soggetti oggi è parte della promessa a non ripetere gli stessi errori. Tuttavia, nonostante queste considerazioni, Hart non può fare a meno di chiedersi cosa sia andato perduto insieme “all’erosione della cultura dell’infanzia”, nella quale i bambini “ideavano le proprie attività e costruivano un tipo di comunità indipendente di cui erano i soli veri conoscitori.”

Tradotto da Michela Orazzini

Testo originale di Hanna Rosin, pubblicato su www.theatlantic.com


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