Social network: privacy e rischi giudiziari

Il diritto vive, sta al passo con il tempo. Le norme restano, la loro interpretazione cambia, si adegua all’attualità. Non deve stupire, quindi, che anche Facebook sempre più spesso finisca in Tribunale, arricchendo i fascicoli delle separazioni e dei divorzi. Il social network più amato dagli italiani consente agli iscritti di creare una pagina personale, nella quale inserire informazioni, pubblicare immagini, video ed altri aggiornamenti. L’accesso a questi contenuti è regolato attraverso le impostazioni sulla privacy scelte dall’utente; ma siamo davvero certi che le informazioni condivise su Facebook restino private? Bisogna distinguere. Le informazioni personali, le fotografie, i post e tutti i dati inseriti nel profilo utente, anche se l’accesso a tali contenuti è disciplinato dalle impostazioni sulla privacy scelte dall’utente, non sono segrete. In altre parole, nel momento in cui pubblichiamo informazioni e foto sul nostro profilo personale, accettiamo il rischio che tali contenuti possano essere portati a conoscenza di terze persone, estranee alla nostra lista di amicizie virtuali. La pubblicazione rende l’informazione libera, conoscibile a terzi e, pertanto, pienamente utilizzabile in sede giudiziaria, come prova contro il titolare dell’account. Discorso diverso vale per le chat ed i messaggi privati, magari intercettati senza l’autorizzazione del titolare della casella elettronica. Sul punto, la giurisprudenza si scontra. Da una parte*, c’è chi equipara la “messaggistica virtuale” alla corrispondenza privata, in quanto tale costituzionalmente tutelata; dall’altra – a titolo esemplificativo il Tribunale di Torino, con ordinanza 17/11/2011, seguita da sentenza 8/3/2013 – la giurisprudenza ammette la produzione in giudizio di documenti anche se ottenuti in violazione della privacy argomentando che, in materia di trattamento dei dati personali, l’art. 24 lett. f) del D.Lgs. 30/6/2003 n. 196, esclude la richiesta di consenso nell’ipotesi di diffusione necessaria <per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, purché i dati sono trattati per le finalità e il periodo strettamente necessario al loro perseguimento>. Secondo il Tribunale sabaudo, in assenza di una precisa norma processuale che impedisca l’utilizzo di prove acquisite in violazione della normativa sulla privacy, sarà il Giudice a valutare discrezionalmente, di volta in volta, la legittimità della produzione, operando un contemperamento tra il diritto alla riservatezza e il diritto alla difesa. Difendersi è possibile, posto che sms ed email non siano considerate prove scritte se tempestivamente contestate dalla parte contro cui vengono prodotte e disconosciute ai sensi dell’art. 2712 ss c.c. Attenzione, quindi, perché ciò che è social può diventare una potente arma giudiziaria.

Avv. Paola Carrera (Avvocato civilista del foro di Torino)

* Tribunale Santa Maria Capua Vetere, sentenza 13.06.2013.


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