Con i bambini speciali: usare lo sguardo per un contatto profondo

In settimana, nella ludoteca dove lavoro, arriva una mamma con il suo bambino. Lo spazio aperto alle famiglie si è appena concluso ed entro un’oretta devo iniziare il corso di massaggio. Non ho molto da fare e così lascio che, anche fuori orario, il bimbo possa esplorare un po’. La mamma sembra vitale, energica, allegra, quasi non si cura della mia presenza. Fra le prime cose che mostra al suo bimbo c’è un sonaglio, lui se ne innamora, lo prende tra le mani e non lo molla più. Dopo un poco mi avvicino al bambino e provo ad attaccare bottone. “Lui non parla, non ti guarda, si muove pochissimo, detesta essere toccato”, mi dice la signora. A questo punto forse dovrei dirvi che il bimbo è arrivato su una carrozzina spinta dalla mamma; gli darei 6-7 anni, ma mi dicono che ne ha già nove. Al primo sguardo, sembra avere delle disabilità fisiche e/o delle difficoltà motorie, associate anche a problemi comportamentali o autismo. Ma lui giustamente si disinteressa di tutto e agita allegramente il suo sonaglio. Io mi chino all’altezza del suo viso: “Ciao! Ti piace proprio eh? Uau, hai degli occhi stupendi!”. Sebbene non ingaggi lo sguardo, i suoi occhi sono luminosi, di un verde limpido, molto espressivi: è amore a prima vista. Pare un po’ perso nel suo mondo, o forse solo col suo gioco.
La mamma mi dice: “Senti, vorrei proporgli qualche gioco nuovo, cosa sai indicarmi? Gli piacciono la musica, gli specchi e le lucine, ovviamente giochi semplici”. Io allora vado a destra e a sinistra, prendendo dei giochi che seguano le richieste della mamma: a ognuno mi chino e lo propongo direttamente a lui, parlandogli in modo chiaro, deciso, con il sorriso. Lui, altrettanto chiaramente, con un gesto della mano allontana il gioco. Andiamo avanti per tre o quattro oggetti così, fino a che all’ultima proposta il suo gesto diventa quasi di stizza, un po’ più violento. “Calma Leo, va bene che non lo vuoi, ma sii più gentile”, gli dice la mamma. “Ok, ho capito, ora non sei interessato a nient’altro, vuoi solo giocare con il sonaglio. Magari ci proviamo la prossima volta”, gli dico io. Lo lascia tranquillo e lui, tutto soddisfatto, agita velocemente il sonaglio. Torno alle mie cose, ma la mamma si mette a parlare con me e mi spiega un po’ la sua storia, lasciandosi dietro il bimbo-suonatore. Lui, piano piano, inizia a cercarmi. Da dietro la mamma sposta la testa, poi vaga con lo sguardo, fino a che finalmente lo posa su di me. È uno sguardo profondo, di chi ha un segreto inenarrabile, somiglia quasi a quello dei miei neonati. Lo lascio giocare anche con lo sguardo ma poi non so trattenermi: “Sei furbo tu, capisci tutto! Altro che non guardi, tu mi guardi eccome!”; lui di nuovo mi guarda questa volta fisso, e abbozza un sorriso. È un secondo, prima che gli occhi tornino a vagare, ma c’è concentrazione e intensità. La mamma si rende conto che si sta facendo tardi, mi saluta e promette di ritornare con più calma. Leo, lasciato con tranquillità il sonaglio, e anche mentre lo saluto non smette più di sorridermi con gli occhi.

Per tutta la giornata mi rimane dentro quello sguardo: quegli occhi che non si fanno agganciare, la stizza di chi non si sente capito e vuol solo esprimere le proprie scelte, il piacere di esser ascoltato e che “si lasci fare”. Mi impressiona come il contatto si sia instaurato con uno sguardo carezzevole, con pazienza, con accettazione, quasi una richiesta di permesso che, invece che con le mani, viene proposta con gli occhi. Penso a tutte le volte in cui il contatto fisico è fin troppo intenso, pesante, i rapporti si fanno faticosi senza un ingaggio comune, e questo accade spesso con i bimbi con difficoltà, ma si verifica, in fondo, fra tutti, quando si va troppo oltre, senza rispetto. Mi resta dentro quel mezzo sorriso, fissato dagli occhi negli occhi, la sensazione di un bambino con una interiorità vastissima, ma con difficoltà a comunicare col mondo. Mi sento arricchita da quell’incontro, dall’apertura, dalla fiducia che Leo mi ha dato. Sento che il contatto più profondo di questa giornata è avvenuto proprio lì, prima del corso di massaggio, senza che le mani si siano sfiorate, instaurando una comunicazione a monte fatta di pazienza e rispetto, attraverso il tocco di uno sguardo.

Nicoletta Bressan


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