Marsupioterapia: un contatto fondamentale per bambini nati prematuri

Entriamo in punta di piedi in una terapia intensiva neonatale: la maggior parte dei bimbi che sono ricoverati sono nati prima del tempo, alcuni hanno avuto problemi durante il parto e altri qualche difficoltà o malattia nei primissimi mesi di vita. Quando entri in TIN, la sensazione è sempre un po’ quella di stare su un altro pianeta: bimbi nelle incubatrici con tanti tubicini, il bip bip dei monitoraggi, qualche piccolo che piange, qualcuno silenziosissimo come se ancora neanche sapesse di esser al mondo.

Mi trovo qui per accompagnare una mamma al suo primo incontro di marsupioterapia, dopo un parto avvenuto al settimo mese, da cui è nato un bimbetto di neanche un chilo. La mamma è visibilmente in ansia, preoccupata dallo staccare il piccolo dalle macchine, timorosa nel toccare una persona che appare così fragile. Il personale però è gentile, sorridente, disponibile: questo aiuta tantissimo nell’accompagnare il momento. Fra l’altro, appena dopo essere entrate, il bambino inizia a lamentarsi, piangendo sommessamente, come un gattino: il pianto di un bimbo prematuro sembra anch’esso una fatica, un’acuta espressione di sofferenza, anche per chi lo ascolta.

La prima cosa che facciamo, ancor prima della marsupioterapia, è invitare la mamma a toccare il bambino mettendo le mani nell’incubatrice, per provare ad acquietare questo pianto. La mamma si siede vicino all’incubatrice e non si china su di essa, affinché sia più comoda e il suo corpo sia il più rilassato possibile (condizione permettendo). Introduce lentamente entrambe le mani e viene guidata in una presa dolce ma ferma, una mano a coppa sopra la schiena del bimbo, una sulla parte frontale (il piccolo al momento è sdraiato sul fianco): con le mani crea una culla, un contenitore per il piccolo, che smette quasi immediatamente di piangere, come sorpreso da quel tocco. Si raggomitola piano piano, muscolo dopo muscolo, fibra dopo fibra nelle mani sapienti della mamma, si acquieta, il piccolo torace torna ad alzarsi e abbassarsi con regolarità. La tensione è palpabile, io appoggio una mano sulle spalle della mamma da dietro: lei fa un sospiro e lascia andare le scapole. Ora è pronta per trasmettere energia al suo piccolo, semplicemente con questo tocco presente.

I neonati hanno bisogno di contenimento, di ritrovare quella posizione fetale conosciuta in utero mentre erano abbracciati dalla placenta e cullati dal liquido amniotico. Per i bimbi nati prematuri, questo è ancora più importante, non avendo potuto terminare il loro viaggio nell’ambiente sicuro e intimo e spesso avendo vissuto una nascita difficile, d’urgenza. Ritrovare pace, calore, tenerezza, l’ambiente ristretto a cui accoccolarsi, l’odore della mamma, aiutano il bambino a rispondere meglio allo stress: il suo corpo rilascia più ossitocina (ormone del benessere) che gli permette di assimilare meglio il cibo e di far funzionare più armonicamente tutti i sistemi corporei, oltre che di rafforzare il sistema immunitario; il piccolo prende peso e cresce più velocemente, oltre ad avere più difese rispetto agli attacchi che vengono dall’esterno. Meglio un tocco fermo e rilassato di tante piccole carezze, che forse sembrerebbero più adeguate a un bimbo così piccolo: queste ultime sono più stimolanti e possono risultare fastidiose per il sistema ipersensibile del neonato, al contrario delle prime che sono veri e propri messaggi di presenza e accoglienza.

Poco dopo, il neonato viene messo sul torace della mamma, entrambi nudi, coperti solo da un lenzuolino posto esternamente per evitare la dispersione termica. La termoregolazione del torace materno è un meccanismo corporeo intelligentissimo: fa sì che venga mantenuta la perfetta temperatura per entrambi, raffreddandosi o riscaldandosi a seconda della temperatura del neonato. Invito la mamma a respirare a fondo e rilassarsi insieme al suo bimbo, di dirgli che va tutto bene e che lei è lì per amarlo e prendersene cura, indipendentemente da tutto il resto. Il piccolo ha bisogno della forza e dell’affetto della mamma, unica persona davvero in grado di attenuare il suo dolore.

La mamma (o il papà quando lei non può essere presente) è competente nella cura del suo piccolo e può imparare a captare i suoi segnali, guidata dagli operatori della TIN o attraverso i contatti ripetuti e la conoscenza con il proprio bimbo. È un viaggio che inizia delicatamente, quasi con timidezza, ma che può portare a uscire dall’ospedale prima e con un arricchimento personale in termini di legame (in ristrutturazione dopo essersi interrotto), di conoscenza, di sicurezza in sé e nelle competenze del proprio bimbo. È un percorso che porta a conoscere e a prendersi cura del proprio bambino con più tranquillità, potendo alleviare un poco anche le paure che spesso ci si porta dietro per tutto il primo anno di vita (Crescerà? Parlerà? Sarà sano? Faremo sempre mille controlli?).

Mentre noi parlavamo di benefici, la mamma si è rasserenata con il suo bimbo appoggiato sul torace. Il suo tono muscolare è più rilassato e il piccolo si è addormentato fra i suoi seni. Purtroppo, il tempo è trascorso in velocità, seppur così ricco di attimi preziosi. Il bambino torna in incubatrice e la mamma si riveste. Pronta e sicura per tornare domani, alla stessa ora, per ritessere il legame con il suo piccino.

Buon contatto a tutti!

Nicoletta Bressan


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