SOS Mamma: il mio bambino vuole stare sempre in braccio a me. Cosa posso fare?

Domanda: “Salve, qualche mese fa ho dato alla luce il mio primogenito, un meraviglioso bambinone di 4 kg! Vi scrivo perché sono disperata. Giorgio vuole e riesce a dormire solo tra le mie braccia, le ho provate tutte: port-enfant, ovetto, culla, ma niente da fare; anche se si trova nel migliore dei sonni, appena accenno a posarlo da qualche parte, spalanca gli occhi e strilla! Temo che prenda il vizio e nn riesca più a staccarlo da me quando dovrò tornare a lavoro! Inoltre nn vuole stare tra le braccia di nessuno, strilla con tutti anche con il papà, si calma solo appena lo prendo io! Tutto questo per me, che sono da sola per la maggior parte del tempo, è un problema. Ho anche notato che spesso, mentre dorme, spalanca le braccia come se stesse per cadere, cosa può significare? Datemi un consiglio vi prego, come posso gestire questa situazione? Grazie mille!

Cara mamma, per prima cosa la ringraziamo per aver condiviso la sua fatica con noi. Quello di cui ci parla è una difficoltà abbastanza diffusa, anche se non sempre riconosciuta.
Alla nascita lo sviluppo del bambino non è ancora completo e il bebè è totalmente dipendente dalla mamma per la soddisfazione dei suoi bisogni primari. Rispetto ad altri mammiferi, potremmo dire che il cucciolo dell’essere umano deve ancora compiere una esogestazione, cioè un periodo gestazionale fuori dalla pancia: assomiglia, per intenderci, un po’ a un canguro, che ha bisogno di essere trasportato nel marsupio dalla mamma fino a che non sarà pronto per camminare e balzare da solo, mentre viceversa un puledro, già un’ora dopo il parto, è in grado di alzarsi e trotterellare a una certa distanza. Un bambino impiega circa un anno dopo il parto per arrivare a essere quasi autonomo, anche se sarà fortemente dipendente dal genitore ancora per diversi anni.
In questo periodo, soprattutto nei primi tre mesi dopo il parto, il bimbo vive una profonda simbiosi con la mamma: ritrovare il battito del suo cuore e la voce che conosceva fin dalla pancia lo calma e rassicura, come anche poter percepire il movimento materno già sperimentato in utero. Inoltre è lei che si occupa maggiormente del nutrimento e dell’accudimento, rendendo riconoscibile e fissando nella memoria del bebé il proprio odore e il proprio tocco. Praticamente la mamma è il terreno su cui e attraverso cui si svolge tutta la vita del bebé e lui è biologicamente programmato per rendersi conto di quando questa “terraferma” viene meno: quando manca il suo tocco, il suo profumo, il battito del cuore, il bebé si rende velocemente conto di esser da solo e, per questo motivo, potenzialmente in pericolo.

Lo stesso riflesso di Moro, che lei ha notato anche nel sonno (quando il bimbo allarga le braccia come se stesse cadendo), è un riflesso fisiologico che avviene quando i bimbi sono appoggiati su superfici piane o quando li poggiamo molto velocemente o bruscamente, quando si sentono poco contenuti o poco sostenuti (pensi a una scimmietta che rimane tutto il giorno attaccata al pelo della mamma attraverso le zampe: quando la madre si sposta bruscamente la scimmietta deve tenersi più forte: anche i cuccioli umani hanno mantenuto questo tipo di riflesso che garantisce loro la protezione fino a che non saranno in grado di aggrapparsi consapevolmente al corpo materno). Noi ovviamente sappiamo che non stiamo abbandonando il bebé, ma un neonato che è in vita da pochi mesi non ha né l’esperienza né la cognizione tale da comprendere che, nel momento in cui la mamma lo lascia, in realtà non accade nulla e si trova sempre in una casa sicura. Allo stesso modo, però (e questo è il fatto positivo!), fino a circa un anno di età il neonato non ha ancora la cognizione tale per “essere viziato”, cioè non si è ancora stabilizzato il rapporto tra causa-effetto, soprattutto se intendiamo quello volto alla socializzazione e alla manipolazione delle persone. In generale, bisogna anche riconsiderare cosa intendiamo per “vizio”: si può viziare un bambino rispondendo ai suoi bisogni fisiologici? Si può viziare un bambino donandogli il nostro amore? Come dice Giorgia Cozza: viziamo i nostri bimbi d’amore, perché imparino a trovare il vero valore nelle relazioni invece che negli oggetti.
Questo non significa che accudire un bimbo, soprattutto nei primi tre mesi dopo la nascita, sia semplice e immediato. A volte è faticoso avere qualcuno che occupa il proprio spazio personale in continuazione, anche fisicamente oltre che psicologicamente. La buona notizia è che, progressivamente, i bimbi iniziano ad aprirsi e a osservare il mondo: verso i sei mesi, il bimbo inizia a guardarsi di più in giro e a socializzare maggiormente con il papà, i nonni e persino qualche estraneo, e  verso gli otto-nove mesi inizierà veramente a sperimentare il mondo esterno, distaccandosi dalla mamma per brevi periodi (anche fisicamente) per poi tornare alla base sicura all’interno delle sue braccia.

Ci dice che ha sperimentato molte possibilità per calmare il suo bimbo, anche se la risposta sembra sempre essere che solo fra le sue braccia egli riesce a riposarsi e ristorarsi. Pensa di poter provare ad assecondare questo bisogno continuo di contatto, magari supportandolo e agevolandolo? Purtroppo non ci sono ricette per allontanare il suo bimbo dalle sue braccia o per darle maggior tregua e, parlando con sincerità, non crediamo sia giusto distogliere un neonato da quello che, in fondo, è un bisogno fisiologico di nutrimento affettivo e di presenza. Un metodo che potrebbe aiutare a rendere il bambino più sereno e magari più pronto ad affrontare la vita e a guardarsi intorno, può essere il massaggio infantile vissuto come un momento di contatto profondo.

Per quanto riguarda i supporti in cui far dormire il suo bambino, molte mamme hanno beneficiato di una fascia portabebé, un supporto da legare, ergonomico, che sostiene bene i bambini anche quando si addormentano addosso, lasciando libere le mani della mamma e dando la possibilità di muoversi.
Se può, abbia pazienza, il bagaglio di amore che regalerà a suo figlio in questi pochi mesi sarà la base per tutte le esperienze della sua vita: pensi che tutta la sua fatica sta servendo a formare una persona psicologicamente e sentimentalmente, a crescere il suo bimbo sano e sicuro. Pazientare non significa, però, fare tutto da sole: se possiamo aiutarla in qualche modo, siamo qui per questo!

Nicoletta Bressan

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