Le uniche cose che un bambino appena nato conosce sono: presenza, contatto e cura

Un bambino si forma e cresce per nove mesi in un ambiente caldo, ovattato, in cui la voce e il cuore della mamma sono il centro del mondo, sempre presenti ad accompagnare ogni giornata. Il liquido amniotico accarezza continuamente la sua pelle e i movimenti della mamma lo cullano e coccolano per lungo tempo. Poi il bimbo nasce e si trova immerso in una realtà totalmente diversa, sconosciuta. Ci auguriamo che possa ritrovare luci soffuse, parole dolci e calde braccia ad accoglierlo in ogni istante. Sappiamo però che spesso non è così: spesso appena nato incontra altre persone, altri materiali, altre sensazioni; spesso viene allontanato per momenti più o meno lunghi dalla sua mamma, visitato, lavato; a volte il distacco viene imposto da una situazione di emergenza, a volte invece passato come pratica di routine insensata dal punto di vista umano e affettivo.

Quando un bimbo nasce, pretendiamo che sia arrivato con un bagaglio di competenze necessario ad affrontare il mondo che noi abbiamo costruito, che mangi agli orari che noi suggeriamo, che sia beneducato e non strilli troppo, che dorma quando noi ne abbiamo bisogno, che non voglia stare molto in braccio visto che gli abbiamo comprato quella carrozzina extralusso con ogni comodità. Non fraintendetemi, il bimbo nasce con delle competenze vastissime, solo che, essendo diverse da quelle che ci aspettiamo, non le sappiamo riconoscere e spesso non riusciamo a comprenderle. Le competenze del neonato sono quelle di un animaletto, di un mammifero, capace di arrivare al seno della mamma, attaccarsi e succhiare da solo se lasciato indisturbato, di autoregolarsi nella richiesta alimentare ascoltando il suo pancino, perché quando lo sente vuoto sa di essere una creatura potenzialmente a rischio di vita. È una personcina che sa che il contatto e l’affetto aiutano in ogni passo della conoscenza, della ripresa fisica, dell’abituarsi al mondo; non perché, cognitivamente, pensa che sia così, lo sa perché ogni fibra del suo essere va in quella direzione, ricerca strenuamente il contatto con l’unica persona che conosce bene, con cui ha convissuto, che gli ha dato vita, amore, nutrimento.

La sua vita non è iniziata il giorno in cui è nata, ma mesi e mesi prima: la persona che viene al mondo ha sperimentato sensazioni di accudimento ad alto contatto da quando le sue cellule hanno iniziato a dividersi, il piacere del calore, del tocco, del movimento si sono inscritti nella sua pelle mentre essa si formava. Noi, adulti lontani dal ricordo di quel bellissimo mondo pre-nascita, li diciamo viziati quando vogliono ritrovare il ritmico battito del nostro cuore per acquietarsi, abbiamo paura a coccolarli, a massaggiarli, perché temiamo che non si staccheranno mai più da noi. Non sappiamo ascoltare quanto un bambino ha la necessità psicofisica di dipendere da noi, in modo atavico, anche solo per garantirsi la sopravvivenza come essere umano, poiché non è autonomo nel cibarsi e nel muoversi. Pensiamo di impostare “sin da subito” abitudini di distacco, separazione, spazi con confini rigorosi, quando non capiamo che il bambino è nato e cosciente da molto prima di venire al mondo, che già conosce la vicinanza, che ha sperimentato la simbiosi, che è stato cullato a lungo da ogni nostro movimento, che anzi queste sono le uniche cose che conosce: presenza continua, contatto, cura. Sarà per sempre un essere umano dipendente da noi, dovremo sempre portarlo in braccio, massaggiarlo, coccolarlo a ogni passo? No, è nello sviluppo fisiologico del piccolo, dell’adolescente, dell’adulto avere dei momenti progressivi di indipendenza, di distacco, formandosi uno schema corporeo a sé stante, un proprio carattere, un’identità esclusiva. Spesso siamo proprio noi adulti a risentire di questo allontanamento, della crescita, del distacco, noi che fin dalla nascita li abbiamo voluti tenere lontani, separati e indipendenti, diventiamo incapaci di gestire l’indipendenza che loro richiedono, forse perché non abbiamo mai veramente goduto della loro presenza.

Non vi viene da pensare che stiamo sbagliando qualcosa? Non sarebbe più giusto coccolare oggi, massaggiare, portare a contatto i nostri piccoli finché loro ne hanno un estremo bisogno per lasciarli crescere liberi domani? E certo potremo ritrovare sempre affetto e contatto anche quando loro saranno indipendenti, come loro scelta personale, ma questo accadrà solo se, da bimbi, avranno potuto sperimentare quel contatto, viverlo a fondo, se non gli sarà stato negato e se insieme avremo costruito le basi di un rapporto affettivo intenso, solido anche dal punto di vista della presenza fisica. Queste basi, che rimarranno nel rapporto con i genitori, sono le stesse che i nostri figli porteranno nel mondo, nelle loro relazioni; se davvero vogliamo arricchire il loro bagaglio e far sì che siano persone felici, affettivamente e relazionalmente competenti domani, nutriamoli di amore, contatto e presenza oggi, finché sono tra le nostre braccia e non chiedono nient’altro al mondo.

Buon contatto a tutti!

Nicoletta Bressan


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