La socialità di un bambino comincia dalla mamma

La socialità è importante, siamo tutti d’accordo. In quanto esseri viventi e sociali, negare la validità di questa affermazione sarebbe come dire che l’aria, il cibo e la luce del sole non siano poi così importanti. Che dai, tutto sommato, potremmo pure farne a meno.

Un bambino di pochi giorni, mesi o anni vive e socializza. Senza che nessuno glielo insegni e senza trovarsi in un luogo idoneo preposto a tale scopo. Semplicemente lo fa. Con chi? Con la propria madre prima, con il resto del mondo poi. Insieme mamma e bambino, se non disturbati, hanno la possibilità di continuare il dialogo iniziato durante la gravidanza. Era lì, nell’utero, che il bambino ha iniziato a socializzare; rispondendo agli stimoli esterni e dimostrando di avere preferenze in fatto di sapori e suoni. Riconoscendo le voci delle persone care alla madre, mostrando loro la sua presenza attraverso i movimenti. È così che è accaduto, quel bambino ha iniziato a socializzare. Un bambino molto piccolo tra le braccia della mamma, socializza. Dialoga con lei, le comunica le sue necessità primarie, impara dalle sue risposte.

L’allattamento a richiesta è socialità. Portare in fascia lo è. E più in generale lo sono tutte quelle pratiche di accudimento che rispettano la madre in condizione di ascolto dei bisogni di proprio figlio. Il bisogno di contatto, il bisogno di nutrimento (fisico ed emotivo). Com’è che nella nostra cultura i bisogni sociali reali di un neonato o di un bambino di qualche anno sono ignorati e, addirittura, negati con pratiche che separano lui dalla madre e screditano lei nelle sue capacità di ascolto? Che lo ingannano con surrogati della presenza materna quali ciucci, pupazzi, sdraiette e carillon? Che lo addestrano a stare da solo? E poi improvvisamente questi bisogni diventano, nella percezione collettiva, una necessità impellente che può e deve trovare risposta in una forma preconfezionata come l’asilo?

Alla soglia dei tre anni (se siamo fortunati, a volte anche prima) le persone che incontrano un bambino con i propri genitori fanno riferimento all’asilo come unico e salvifico luogo preposto alla socializzazione dei bambini. “Ma ci va all’asilo? Ma il prossimo anno ci andrà?” E poi l’immancabile “così socializza”. L’asilo ha molti pregi ed innumerevoli ne hanno le maestre. Ma, se è la socializzazione a starci a cuore, allora consideriamola alla luce di una prospettiva più ampia. Un essere umano accudito nell’ascolto dei suoi bisogni dalla figura fisiologicamente e biologicamente più indicata per farlo, la madre, arriva a tre anni che sa benissimo che cos’é la socialità. Lo sa nei modi in cui é dato saperlo ad un bambino della sua età. E, sicuro del rapporto con la madre e dalla sua vicinanza, già si avventura in svariate forme di relazione con altre persone di età uguale e diversa dalla sua.

Altrettanto i suoi genitori, cresciuti con lui, seguono l’evolversi delle sue e delle proprie necessità. Sanno, perché lo hanno sempre fatto, ascoltare i suoi bisogni e rispondervi al meglio delle proprie possibilità. Risponderanno al bisogno crescente di relazioni, come a tutto il resto. Sapranno valutare di volta in volta i tempi e le modalità. Sapranno che nonni e zii non sono baby sitter non retribuiti ma persone; che passare il proprio tempo in compagnia degli amici e dei loro figli può essere una buona occasione di socialità (per tutti); che relazionarsi con persone di età diverse è un arricchimento, da adulti come da bambini. Sapranno organizzare momenti di confronto, scambio e gioco con altri bambini e genitori della zona in cui abitano. Metteranno in dubbio la supposta necessità per un bambino di stare tante ore al giorno e più giorni consecutivi lontano da loro “per il suo bene” e, se sceglieranno di ricorrervi, sarà per necessità familiari o lavorative. Non certo perché il proprio figlio debba “abituarsi” a stare senza di loro. Supereranno con grazia ostacoli e preconcetti culturali. Valuteranno attentamente cosa si adatta alla propria organizzazione familiare, mettendo sul piatto della bilancia anche i bisogni reali, e non indotti, di tutti loro. Ridefiniranno ancora una volta le priorità. Sapranno distinguere tra rispetto e addestramento.

Hanno visto il proprio figlio mangiare senza inganni o forzature, camminare senza incoraggiamenti o supporti, e lo osservano da lungo tempo guadagnare spazi di autonomia in quel meraviglioso percorso chiamato crescita che non conosce fretta o percorsi obbligati, ma che dà il meglio di sé in condizioni di fiducia e ascolto.

Alessia Cintorino, specializzata in protezione internazionale e diritto dell’immigrazione, ha lavorato come operatrice sociale in questo settore. Poi è diventata mamma, referente del gruppo di auto e mutuo aiuto DonneConLeGonne e mamma alla pari in allattamento presso lo spazio culturale SalettaCasaCollina.


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