I capricci dei bambini: sono dispetti o bisogni?

Capriccio: “voglia improvvisa e bizzarra, spesso ostinata anche se di breve durata“.

Capriccioso: “che fa molti capricci, di umore incostante, mutevole, volubile; oggi i bambini sono spesso capricciosi e viziati.

Così definisce il termine capriccio e l’aggettivo che ne deriva, il vocabolario on-line Treccani.

Ebbene sì, parliamo di capricci. E ne parliamo perché quando ci si riferisce ai bambini piccoli l’associazione è assai frequente. “I bimbi di due o tre anni fanno spesso i capricci”. “Quel bimbo ha piantato un capriccio terribile”. “Quell’altro è proprio capriccioso”. E i genitori li temono i capricci. Perché i capricci, diciamolo, ti sfiniscono. E se per sbaglio il capriccio avviene in pubblico con gli occhi dei passanti puntati addosso, i capricci allora li odi proprio, ti mettono in imbarazzo, ti fanno sentire giudicato.

Certi bimbi fanno i capricci più spesso di altri. Certi bimbi fanno capricci più terribili. Ma cosa sono questi capricci? Secondo il vocabolario e secondo il sentire comune sembrano proprio inutili bizze, ostinate proteste, scenate destinate a far diventare matti i poveri genitori. Da qui a definire i bambini testardi, oppositivi, ribelli o lamentosi, il passo è breve. E non è raro che un bimbo venga accusato di avere un brutto carattere, o addirittura un pessimo carattere.

Però. Però… forse dovremmo cambiargli nome ai capricci. Perché l’associazione con qualcosa di inutile, insensato, fastidioso non ci aiuta a capire i nostri bambini e ad entrare in sintonia con loro. Quando un bambino piange, si lamenta, si arrabbia o protesta – tutte esternazioni che, per altro, capitano anche agli adulti -, sta manifestando un bisogno, un’emozione, uno stato d’animo. E non si tratta di manifestazioni senza senso, inutili o inscenate apposta per dar fastidio ai genitori. I bambini non hanno mai cattive intenzioni, anche se spesso gli vengono attribuite. Come quella di ostinarsi a protestare con l’intento di far cedere i genitori, per ottenere quello che vogliono. In realtà, se ci pensiamo, un bimbetto di due anni non conosce la premeditazione, quando esplode… esplode, le sue proteste non sono studiate a tavolino (per la serie ora piango dieci minuti così poi succede che…), e per lui recuperare la calma è un’ardua impresa.

Un bimbo di due anni che urla e piange, è un bimbo che, molto semplicemente, ha perso il controllo e non è in grado di gestire le emozioni forti che si sono scatenate dentro di lui. Non fa “capricci per dispetto”. Non è un bambino capriccioso. È in difficoltà. È piccolo, non è facile per lui comprendere e tenere sotto controllo emozioni travolgenti come la rabbia, non è facile neppure per noi che siamo grandi, figuriamoci per una creaturina per cui è tutto nuovo e da capire e da imparare.

I BAMBINI FANNO CAPRICCI PER NIENTE?

E veniamo alla convinzione che i bambini facciano capricci per niente. Che si scontrino con la volontà dei genitori per dei nonnulla, per motivi insensati. Per fare un’altra corsa nel parco, per giocare ancora un po’ con noi, per mangiare un gelato. Certo, noi non faremmo fatica a scendere dall’altalena e tornare a casa dal parco giochi. Perché allora il nostro bimbo si dispera, piange, implora un altro giro sullo scivolo? Perché per lui è importante. È importantissimo. Perché è un bambino e le cose importanti nella vita di un bambino non corrispondono alle cose importanti della vita di un adulto. Ci sono tanti adulti che farebbero fatica (e protesterebbero!) a spegnere la televisione durante la scena saliente di un film o del loro telefilm preferito. Ci sono adulti che faticano a staccare dai social network. Che quando stanno facendo shopping e sono a metà di un acquisto – un buon acquisto -, farebbero fatica a mollare tutto, rinunciare e uscire dal negozio. Io faccio fatica a chiudere un libro quando sono a poche pagine dal finale… Sì, insomma, ci siamo capiti.

Non è vero che i bambini fanno i capricci per niente.

I BAMBINI FANNO I CAPRICCI APPOSTA?

Altra caratteristica che attribuiamo ai bambini è quella di volersi deliberatamente opporre ai genitori. Quasi che le loro proteste fossero fatte apposta per non dare soddisfazione ai grandi. In realtà, si potrebbe anche pensare che siamo noi, gli adulti, ad opporci ai bambini. Un esempio banale, prendiamo un bimbo di due anni che ama correre per casa a piedi nudi, poi arriva un adulto fortemente oppositivo che si impunta per fargli indossare le pantofole. O il maglione quando ha caldo. O il cappello che gli dà fastidio. Attenzione, non stiamo dicendo che gli adulti non debbano fare queste cose. Stiamo dicendo che definire un bambino “capriccioso”, “testardo”, “irragionevole” o addirittura “furbo”, perché vorrebbe fare, o continuare a fare, qualcosa che ama, è decisamente ingeneroso. D’accordo, si potrebbe pensare, i bambini hanno le loro ragioni, ma certe reazioni santo cielo… Sono spropositate. Basta un piccolo no del genitore per innescare una protesta esagerata. Ancora un esempio concreto. Un bimbo di due anni ha una fame terribile, ma ecco che il solito adulto (oppositivo?) non vuole concedergli neppure uno spuntino. Non quel biscotto così invitante, non il pezzetto di formaggio in bella mostra sulla tavola apparecchiata. E il bimbo protesta, insiste, magari urla e piange. Be’, non è il caso di fare tante storie per uno spuntino, giusto? In fondo, chi di noi se la prenderebbe se il suo datore di lavoro dovesse vietargli di bere un caffè, o mangiare uno snack o una caramella, prima di pranzo? Se ci dice di no, è no. Giusto? Non ci darà certo fastidio. Neppure se siamo molto affamati, e magari un po’ stanchi e magari anche nervosi. Se è no, è no. E che sarà mai?

QUANDO LE EMOZIONI “STRARIPANO”

Sia chiaro non stiamo dicendo che i genitori non abbiano tutte le ragioni per spiegare a un bimbo che è ora di tornare a casa dal parco giochi, che è meglio aspettare che la cena sia pronta, o che bisogna indossare le ciabatte, il cappello, o qualunque altra cosa. Il punto è che il bambino ha tutte le ragioni per manifestare il proprio scontento, il proprio dispiacere, il proprio desiderio di comportarsi diversamente. E questo non per far torto a noi. O perché è testardo o capriccioso. Ma perché anche lui ha le sue idee, le sue preferenze, i suoi desideri. Perché non dovrebbe esprimerli? E soprattutto con i genitori che sono le persone che più di chiunque altro dovrebbero essere pronti ad accogliere – nel senso di ascoltare – i suoi bisogni?

Certo, i bimbi piangono. A volte urlano. A volte si buttano per terra. Perché non hanno le parole. Perché non ne hanno abbastanza per esprimere emozioni molto molto forti. Perché controllare le emozioni, incanalarle, gestirle è difficile. Roba da bambini grandi. Bisogna lavorarci un bel po’. Ci sono adulti che ancora non riescono tanto bene a gestire la collera, come possiamo pretendere un buon controllo da un piccoletto di due anni?

E allora non chiamiamoli capricciosi. Non giudichiamo male i bambini alle prese con questa tappa impegnativa della crescita. Accettiamo queste manifestazioni come una parte del percorso. Una parte non facile, che a volte mette davvero a dura prova la nostra pazienza, ma che fa parte della relazione tra genitori e figli. Di più, pensiamo ai cosiddetti capricci come a un’opportunità. L’occasione per aiutare i bambini ad esprimere desideri ed emozioni in modo diverso. Per aiutarli a gestire e incanalare la frustrazione, la delusione e la rabbia. Per insegnare loro a non farsi travolgere dalle emozioni, per aiutarli a trasformare le urla in parole, per abituarli a “contare fino a dieci”. Ma ricordiamo che per imparare ci vuole tempo. È servito del tempo anche per imparare a camminare bene, con passo sicuro. Quante volte hanno perso l’equilibrio o sono inciampati dopo aver mosso i primi passi? Per arrivare a correre con sicurezza, bisogna cadere qualche volta. Lo stesso vale per la gestione delle emozioni.

Ma come non abbiamo pensato che cadessero per far dispetto a noi, ora ricordiamoci che non fanno i “capricci” per infastidirci. Sono bambini. Pian piano impareranno. Se li accompagniamo con pazienza e affetto, mostrandogli con l’esempio come si mantiene la calma, accettandoli anche nei loro momenti no, impareranno più facilmente. E saranno più sereni.

Giorgia Cozza


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