Mamme che tornano al lavoro, come funziona in Italia?

È di quest’estate la notizia che il governo tedesco ha stabilito di aiutare le neofamiglie prevedendo un bonus di 300 euro per le coppie che decidono di diminuire le ore lavorative per dedicarsi ai propri bambini. Un bonus di 300 euro al mese, per un massimo di due anni, erogabile fino al compimento dell’ottavo anno del bambino e accessibile anche a genitori single e separati.

Per usufruire di questa possibilità ai genitori è richiesto di ridurre le ore lavorative settimanali da 36 a 28. Otto ore di lavoro in meno. Otto ore in più da dedicare al proprio bambino e alla propria famiglia ogni settimana. Otto preziose ore, e in più un bonus di trecento euro mensili. Misura che si aggiunge alle altre già in vigore per sostenere la maternità come il bonus bebè da 190 euro al mese (196 euro per il terzo figlio e 221 per il quarto).

Personalmente mi colpisce in modo positivo questa disposizione del governo tedesco. Non tanto e non solo per i 300 euro, quanto proprio per l’idea di fondo, la convinzione che a genitori e figli faccia bene stare insieme, che alle mamme e ai papà possa far piacere avere qualche ora in più ogni settimana da trascorrere con la propria creatura.

Con questo decreto il governo tedesco incoraggia questo desiderio dei genitori e in un certo senso lo legittima ufficialmente, mettendo così madri e padri al sicuro da possibili recriminazioni da parte di datori di lavoro e colleghi poco sensibili. “Ma come esce un’ora prima?” Be’, sì, certo, sta andando ad occuparsi del proprio bambino. E il governo questa scelta la ricompensa, addirittura.

Una “filosofia” che ricorda quella dei paesi del nord Europa, dove i genitori hanno la possibilità di conciliare vita professionale e arrivo di un figlio, grazie a una serie di misure che tutelano il benessere della neofamiglia.

Il confronto sorge spontaneo con un’altra realtà, la nostra

…Dove le mamme lavoratrici che chiedono il part-time o degli orari più flessibili per avere un poco più di tempo da dedicare ai figli ricevono – in molti casi – tante porte in faccia.

Dove gli aiuti stabiliti dal governo consistono in voucher per la baby sitter o per l’asilo nido destinati alle mamme che rinunciano al congedo parentale. Seicento euro al mese, per sei mesi. Che va benissimo, eh. Non stiamo dicendo che non dovrebbero esserci degli aiuti per le mamme che rinunciano al congedo parentale per scelta o per necessità, ben venga ogni forma di aiuto e sostegno previsto per le madri!

Però. Però… è come se la direzione in cui veniamo spinte noi mamme italiane fosse una soltanto: i 3600 euro li ricevo solo se affido il mio bambino a una baby sitter o a un nido e torno al lavoro.

E se invece desiderassi accudirlo io, il mio bambino, per qualche mese ancora, una volta terminato il congedo di maternità (tre mesi, al massimo quattro dopo la nascita del bambino), ma non potessi permettermelo perché con il 30% di stipendio previsto dalla normativa (per alcune categorie di lavoratrici, non tutte) non arrivo a fine mese?

Ecco, non sarebbe giusto prevedere un bonus anche per le mamme che non desiderano riprendere subito (al termine del congedo di maternità) la loro professione? La decisione di restare con il loro bambino le penalizza fortemente a livello economico, tanto che appunto, per molte donne la scelta del momento in cui riprendere il lavoro, molto semplicemente… non è una scelta. E laddove non si può scegliere, la fatica, il rammarico, la frustrazione, sono sempre più pesanti.

L’impressione, vedendo gli aiuti pensati per le mamme italiane, è che il governo non la consideri proprio la possibilità che una madre (ma anche un padre) desiderino stare un po’ di più con la propria creatura. Il premio qui non va a chi lavora un pochino meno, anzi. Per la mamma italiana il messaggio forte e chiaro sembra sempre il solito: devi tornare al più presto operativa, efficiente, produttiva. E se ora hai un figlio a casa, per cui non sei più la stessa donna di prima e necessariamente le tue priorità sono cambiante (le priorità, non le competenze sia chiaro, quelle la maternità le amplifica), bene, problema tuo.

E il fatto che per un bimbo di pochi mesi la presenza della madre sia una fonte ineguagliabile di benessere? E la constatazione che quando una mamma può scegliere di restare a casa un po’ di più (e può scegliere perché la legge tutela il suo diritto di scelta con un aiuto economico e proteggendo il suo posto di lavoro, non solo sulla carta, ma in modo efficace) è favorito e facilitato anche il buon proseguimento dell’allattamento, fondamentale consuetudine di salute per ogni bambino (e per la madre stessa)? E il fatto che tante madri non siano affatto pronte per separarsi dal loro piccino di pochi mesi, per affidarlo ad altre braccia per quanto affettuose e fidate? Tutto questo non sembra preso in considerazione. Non conta.

Non sarà un caso se nel 2015 più di 25mila madri hanno lasciato il lavoro. Motivazione? Quasi diecimila di loro (9.395) hanno indicato come motivo “le difficoltà incontrate nel conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole“. Una dichiarazione che è stata commentata concentrando l’attenzione sulla mancanza di asili nido (cosa vera) e sul fatto che tante coppie non possono contare sull’aiuto dei nonni, perché lavorano ancora o perché abitano lontani (vero anche questo). Ma è davvero “solo” questo? Siamo sicuri che non ci sia altro dietro alle difficoltà di conciliazione incontrate da tante, troppe madri? Fermiamoci a pensare a come è organizzato il mondo del lavoro nel nostro paese e chiediamoci se è pensato anche solo lontanamente per le donne che sono diventate madri. Quelle donne che, oltre ad essere della valide professioniste, ora si occupano anche di crescere con amore e dedizione il futuro del nostro Paese. I loro bambini. I cittadini di domani.

Quale considerazione per loro? Quanti sguardi diffidenti, quanta cecità nei confronti delle potenzialità delle madri. Una società che non mette le madri in condizioni di poter accudire al meglio i propri bambini, che non le aiuta a “conciliare” i tempi lavorativi con i tempi da dedicare alla famiglia, che non riconosce l’esigenza dei bambini molto piccoli di stare con la propria madre è una società che non spicca per lungimiranza. Perché quei bambini sono il futuro. E il loro benessere dovrebbe essere la priorità. Di tutti noi.

Giorgia Cozza


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