Parto cesareo: è una pratica sicura?

L’Italia, con percentuali che si attestano intorno al 40 per cento e una netta prevalenza al Sud, può definirsi Paese d’elezione del parto cesareo.

L’aumento del numero dei cesarei accompagna la progressiva medicalizzazione della gravidanza e del parto, tesa a ridurre in modo sempre più drastico le possibilità di eventi avversi legati all’attesa e ad assicurare una nascita sicura. Quello che in passato veniva praticato come intervento salvavita in casi di estrema necessità e gravità è oggi pressoché un metodo preventivo.

Se il parto cesareo è, spesso, auspicato dai medici per ridurre al minimo i rischi legati alla nascita, anche in situazioni di non stringente necessità, avviene con sempre maggior frequenza che siano le stesse madri a richiederlo, nell’errata convinzione che un intervento chirurgico presenti meno complicazioni rispetto a un parto per via naturale, oppure per motivi che vanno dal timore del dolore alla necessità di programmare (per ragioni lavorative o personali) la nascita del figlio.

Sulla scia dell’ipermedicalizzazione della maternità, le future madri tendono a mettere nelle mani dei professionisti quanto – da milioni di anni – la nostra specie (e i mammiferi in generale) ha gestito da sé, affidandosi al proprio istinto e alla naturale capacità del corpo femminile di dare la vita.

Ma il parto cesareo è una pratica tanto rassicurante? Se nell’immaginario collettivo è così che viene recepita, nella realtà le cose stanno in modo ben diverso. Il cesareo, come tutti gli interventi chirurgici, comporta dei rischi, non soltanto per la mamma, ma anche per il nascituro.
Innanzitutto la mortalità materna risulta dalle quattro alle sei volte superiore a quella prevista nel parto per via naturale, per ragioni riconducibili all’anestesia (shock anafilattico) o all’intervento stesso (emorragie, embolie, infezioni). In secondo luogo, il parto cesareo implica i normali disagi del recupero post-operatorio e può avere ripercussioni anche a livello emotivo sulla neomamma, aumentando il rischio di cadere nella depressione post partum o di manifestare i sintomi della sindrome da stress post traumatico.parto cesareo

La scelta di partorire tramite cesareo può essere rischiosa anche per il nascituro: non sono da escludere gli effetti dell’anestetico somministrato alla madre sulla salute del bambino – a breve e lungo termine – oltre al fatto che, nel caso di intervento programmato, si incorre nell’eventualità che il feto sia ancora prematuro e presenti difficoltà respiratorie, con conseguenti interventi d’urgenza e ricoveri in terapia intensiva. Ulteriore svantaggio per il piccolo nato con parto cesareo è la differenza della flora batterica che entra in contatto con il feto partorito per via vaginale e quella incontrata nel corso dell’intevento (derivante dall’ambiente esterno e non dall’organismo materno). Ciò parrebbe spiegare la maggior incidenza di allergie e asma nei bambini nati chirurgicamente.

Un ulteriore, e non meno importante, aspetto legato alla nascita tramite cesareo è la totale assenza del cocktail di ormoni dell’amore che tanta importanza hanno non solo nella riuscita del parto vaginale, ma anche nell’avvio del rapporto madre-bambino. È possibile che ciò non abbia ripercussioni sui sentimenti di attaccamento della mamma nei confronti del suo piccolo, e che quest’eventualità non si rifletta sulla salute emotiva del bimbo anche nel lungo periodo?

Questi elementi dovrebbero indurre a ricorrere alla soluzione chirurgica solo in casi di strettissima necessità, laddove la vita della futura madre e quella del feto risultino a grave rischio.


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