Via il pannolino? È una questione di comunicazione con il bambino

L’abbandono del pannolino è innanzitutto una questione di comunicazione con il bambino: quanto più forte è la comunicazione che si è instaurata con lui, tanto più facile e veloce sarà renderlo indipendente dal pannolino.

Ma come possiamo far sì che il nostro rapporto con lui funzioni e sia efficace? La risposta non è né univoca né facile e non ci sono ricette precostituite o regole magiche da applicare, ma se c’è una cosa che si può consigliare a tutti i genitori è quella di mettersi in ascolto dei propri bambini: “abbassarsi” al loro livello, anche fisicamente, e ascoltarli. Ma come è possibile mettersi in loro ascolto quando molte volte, per questioni lavorative, si è costretti a trascorrere tanto tempo lontano da casa?

I bambini sono innanzitutto i nostri naturali imitatori e collaboratori; e questo lo possiamo vedere nei piccoli gesti della vita quotidiana. Nell’educazione al vasino quanto più daremo loro il “buon esempio” tanto più saranno disponibili a imparare e a imitare gli adulti. Dal momento che i bambini piccoli osservano il comportamento dei genitori così attentamente da assimilarlo e imitarlo, non sarà necessario esercitare una pressione esplicita perché usino il vasino o il gabinetto; quindi se noi per primi mostriamo un rapporto equilibrato con il nostro corpo, questo verrà percepito e fatto proprio dai figli.

Ogni bambino inoltre ha bisogni ed esigenze ma non è ancora in grado di esprimere a parole il suo disagio, per cui a volte il suo modo di comunicare risulta “primitivo” agli occhi di un adulto e può risolversi anche in comportamenti quali piangere, battere i pugni, buttarsi per terra; tutti quegli atteggiamenti che noi adulti chiamiamo bizze o capricci.

Dietro al capriccio ci sono sempre dei motivi che vanno ricercati ed ascoltati; forse per noi adulti non sono abbastanza validi da giustificare tali comportamenti da parte dei nostri figli, ma agli occhi di un bambino, che adotta scale di valore diverse da quelle di un adulto, l’oggetto della protesta in quel momento risulta di vitale importanza. Forse il piccolo è stanco, oppure ha fame, oppure vuole semplicemente sentire la presenza del genitore che si è recato al lavoro per tutta la giornata.

A volte chiediamo degli sforzi grandissimi ai nostri figli e pretendiamo che in base ai nostri parametri essi si comportino come piccoli adulti che sanno attendere, controllarsi emotivamente, procrastinare un bisogno di quel momento. Il bambino invece non è ancora in grado di controllare i sentimenti come un adulto e per questo i suoi comportamenti vanno tradotti e adattati alla sua età e al suo grado di maturità. Questo non significa sottrarsi a porre dei limiti di comportamento ai nostri bimbi: essi devono percepire che è l’adulto che si prende cura di loro e li protegge, difendendoli da eventuali pericoli che in quel momento potrebbero ignorare.

Alcune famiglie si rendono completamente disponibili verso i bambini, ponendosi in loro ascolto, ma, come sottolinea il famoso psicologo danese Jespers Jull, di recente questa tendenza ha creato un numero crescente di genitori manipolati dai figli, genitori che si mettono in tutto e per tutto al loro servizio, pensando che ogni loro richiesta debba essere esaudita. Questo succede quando i genitori temono di essere troppo autoritari e hanno difcoltà a individuare e stabilire i limiti della loro autorità personale. In realtà queste famiglie danno ai figli molto di ciò che essi chiedono e molto poco di ciò di cui hanno bisogno; così troppo spesso si finisce con il ricoprirli di beni materiali e ci si esime dal dare loro ciò di cui veramente necessitano: il nostro tempo, il nostro affetto, il gioco insieme, le giornate di festa trascorse in compagnia.

Sovente poi alcuni consigli che sentiamo non ci vengono in aiuto: l’importante non è tanto la quantità di tempo che trascorriamo con i nostri bambini, ci dicono, quanto piuttosto la qualità. Ma come scrive Penelope Leach: “La brillante espressione ‘qualità del tempo’ coniata dagli americani suggerisce ai genitori che è possibile concentrare tutti gli scambi che si vorrebbero avere con i figli in un’ora sola al giorno, per ogni giorno lavorativo, purché sia un’ora ben spesa. Naturalmente un’ora è meglio di niente e se il tempo scarseggia è certo preferibile non sprecarlo nelle faccende domestiche. Tuttavia il concetto di ‘qualità del tempo’ rimane assurdo”. La maggior parte dei bambini ha desiderio e bisogno della presenza fisica di un genitore per buona parte della giornata.

Molte volte si consiglia di stare con il bambino quando si sono terminate tutte le faccende lavorative e domestiche (la spesa, le commissioni, gli impegni di lavoro…), ma in realtà il bambino ha bisogno innanzitutto di una madre e di un padre presenti, anche quando sono indaffarati; di solito preferisce stare con loro il più tempo possibile e non solo quando sono rilassati e liberi da qualsiasi incombenza da sbrigare.

Cerchiamo di trascorrere molto tempo con i nostri bambini, non soltanto quando siamo liberi da impegni e appuntamenti. Inoltre, se possibile, coinvolgiamoli nei nostri compiti quotidiani: andare a fare la spesa o svolgere le pulizie di casa sono tutte azioni a cui anche il bambino può prendere parte; in questo modo si sentirà attivo e partecipe nella vita quotidiana.

Per far questo possiamo cercare di rendere l’ambiente domestico il più possibile a misura di bambino scegliendo per lui dei luoghi accessibili e sicuri dove svolgere i suoi giochi e le sue attività.

“Il segreto dell’essere genitori non risiede tanto in ciò che un genitore fa, quanto in ciò che un genitore è per il proprio figlio. La ricerca di contatto e vicinanza da parte del bambino è proprio quella che ci consente di essere per lui una fonte di cure e di conforto, di essere una guida e un esempio. (…) Tutte le abilità genitoriali di questo mondo non potranno mai compensare la mancanza di una relazione di attaccamento”.

Articolo estratto dal libro Via il pannolino! di Elena Dal Prà


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