La bellezza del parto secondo natura

Se un tempo il parto era vissuto come evento naturale, nel corso degli ultimi trenta-quarant’anni si è assistito alla sua progressiva medicalizzazione. Oggi si partorisce per lo più in contesti ospedalieri dove è previsto il ricorso alla tecnologia, l’utilizzo di farmaci per la stimolazione e l’agevolazione del parto e, nel caso, l’intervento medico o chirurgico.

Non è un caso che – specie nel nostro Paese – si registri un netto aumento dei cesarei, considerati non più in termini di urgenza in caso di gravi complicanze durante il travaglio ma in senso preventivo, come sinonimo di nascita sicura. I tempi ospedalieri impongono ritmi incalzanti che non si addicono al parto naturale: la necessità di accelerare il travaglio induce all’utilizzo di rimedi farmacologici – quali la somministrazione di ossitocina sintetica – che riducono di gran lunga i tempi; l’episiotomia per agevolare la fase espulsiva è un intervento praticato pressoché di routine, per non parlare dell’analgesia epidurale, richiesta da un numero sempre crescente di donne per evitare i dolori del parto. Non ultimo, il taglio immediato del cordone ombelicale e l’accelerazione della fase di secondamento attraverso l’ulteriore somministrazione di ossitocina sintetica.

Non è certo un caso che le donne abbiano sempre maggiori difficoltà a partorire, alimentando il circolo vizioso degli interventi medici, del ricorso al cesareo o a farmaci durante il travaglio.

Il parto naturale, così come si è evoluto in milioni di anni di storia dell’uomo – e così come programmato nei mammiferi – ha natura e tempistiche ben diverse da quelle riscontrabili nei reparti maternità. Esso prevede lo sprigionarsi di un vero e proprio cocktail di ormoni, detti “ormoni dell’amore” senza i quali il processo viene messo a serio rischio. Perché questi ormoni possano essere liberi di fluire, il travaglio e il parto devono svolgersi in un contesto di intimità, di tranquillità e di silenzio, in penombra, al caldo (ben diverso dall’ambiente asettico, freddo, rumoroso e iperilluminato di una sala parto).

parto naturaleGli ormoni messi in gioco durante il parto naturale fanno sì che la donna sia in grado di sopportare il dolore, gestire le varie fasi del travaglio, prepararsi emotivamente all’imminente nascita del suo bambino. Partorire naturalmente è un atto di fiducia nelle proprie capacità, nelle proprie risorse e nel proprio istinto. In sala travaglio, al contrario, la futura mamma si trova, il più delle volte, immobilizzata su un freddo lettino, senza libertà di movimento perché attaccata a un ecografo o a una flebo, sollecitata dagli “ordini” del personale che le suggerisce come respirare, come muoversi, come spingere.

La storia dell’uomo ha visto partorire generazioni di donne nella propria casa, nell’intimità della famiglia, dove il bimbo appena nato non veniva separato dalla mamma, ma subito portato al seno, e dove anche alle ultime fasi del parto venivano concessi i giusti ritmi (senza taglio precoce del cordone, né espulsione accelerata o forzata della placenta).

È più che legittimo chiedesi quali possano essere le ripercussioni – non solo nel breve, ma anche nel lungo periodo – di pratiche tanto medicalizzate sul futuro benessere psicofisico del neonato, e sulla salute della madre. Partorire naturalmente significa riappropriarsi della fisiologia stessa della nascita, che richiede intimità, raccoglimento, tempo, pazienza e fiducia affinché gli “ormoni dell’amore” possano fluire liberamente aiutando la madre a dare alla luce il proprio bambino e a “innamorarsi” di lui. Pratiche naturali quali il parto in casa, la nascita lothus (senza recisione del cordone ombelicale), lungi dall’essere intrinsecamente pericolose per la salute di mamma e bebè, puntano a salvaguardare questi fondamentali aspetti della nascita, e a dare alla vita il miglior avvio.


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