Tenere in braccio il neonato per un accudimento ad alto contatto

La natura ci ha progettati in modo meraviglioso.

Abbiamo il dono di appartenere ad una specie unica, e il ritmo di crescita del nostro cervello durante la gravidanza e nei mesi successivi è davvero rapidissimo. Il capo del bambino sarebbe troppo grande per passare attraverso il canale naturale del parto se attendesse oltre i ritmi che la natura ci ha dettato. Dieci lune circa, come si diceva una volta, oggi diremmo quaranta settimane, pur tenendo conto di una variabilità individuale.

Tuttavia per questo motivo l’essere umano nasce molto meno pronto a venire al mondo di qualunque altro animale: al momento del parto infatti, non siamo in grado di alzarci in piedi come un giovane puledro o di trovare da soli la strada verso il cibo come le piccole tartarughe. Il nostro corpo è complesso, magnifico e, proprio per questo, estremamente sensibile e delicato.

Abbiamo bisogno di molto tempo, di estrema lentezza, per adattarci alla vita fuori dall’utero. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci accudisca, che ci nutra, che ci contenga fisicamente ed emotivamente. Abbiamo bisogno delle cure materne.

La donna infatti aiuta il bambino ad adattarsi alla vita ben prima di quanto si pensi: lo fa già in gravidanza, modificando il proprio corpo per fornire al figlio uno spazio di crescita; poi con il travaglio, trattenendo e lasciando andare, accompagnando dolcemente verso l’uscita. Le contrazioni agiscono infatti come un vero e proprio massaggio su tutti gli organi interni del bambino, per attivarli e prepararli al grande cambiamento che stanno per affrontare. Questa fase preparatoria, molto più lunga che per tutti gli altri mammiferi, ha però anche un prezioso valore psicologico: la gradualità e la ritmicità delle doglie comunicano al piccolo che qualcosa sta cambiando. Scende lentamente nel canale del parto… tutto, con calma, gli dice che è il momento è arrivato.

Dal buio alla luce, finalmente mamma.

D’ora in avanti tutto nella diade sarà teso a mantenere l’unità, il neonato cercherà la madre e lei desidererà tenerlo con sé, esserci per lui, accompagnarlo nel mondo.

Attraverso la fisiologia dell’allattamento al seno e la ricerca di vicinanza nel sonno, la natura ci ricorda che il neonato è immaturo e bisognoso, ci dice che stare sempre accanto a lui è il modo giusto per proteggerlo ed allevarlo.

Uno dei mezzi potentissimi che ci viene concesso per accudire i figli, non meno importante degli altri, è tenerli in braccio.

Un gesto apparentemente semplice ma ricco di significato come viene riconosciuto da molti grandi autori nella storia della psicologia. L’abbraccio come ricordo della vita nella pancia, avvolti dall’odore di mamma, il contatto che, come ci dice Esther Bick che parla di “pelle psichica”, delimita dei confini non soltanto fisici ma anche emotivi, permettendo al bambino di riconoscere se stesso attraverso il tocco di mamma. Uno stato di fusione che fa bene ai figli, come illustra Margaret Mahler che parla di vera e propria simbiosi per descrivere la vicinanza tra mamma e neonato, di estrema importanza per la sua nascita psicologica.

La scienza non fa altro che confermarci quello che sappiamo per istinto: quell’urgenza di tenere i figli in braccio serve ad accompagnarli con dolcezza nella vita fuori dall’utero. Non è infrequente che i bimbi prediligano essere tenuti a sinistra, dove sentono il battito cardiaco della madre che ricorda loro il periodo intrauterino; il braccio sinistro del genitore è inoltre collegato all’emisfero destro del cervello, l’emisfero delle emozioni…

Tenere in braccio ha inoltre un valore relazionale molto importante per il papà: il bambino, che ha imparato a riconoscere la voce paterna durante la gravidanza, collega quel tocco e quell’odore al suono, è in grado di sentire la forza delle sue braccia e di cogliere una diversità tra la sua stretta e quella di mamma. Anche per l’uomo questo contatto è importante, per risvegliare i sensi e le emozioni e riconoscersi padre in modo concreto.

Attraverso l’abbraccio il bambino si sente accompagnato alla vita e percepisce la disponibilità emotiva di chi lo ama a prendersi cura di lui, dei genitori, ma anche di fratelli e nonni. Diventa un mezzo di comunicazione non verbale così importante, che anche i bimbi più grandi se ammalati o semplicemente bisognosi di conforto, si sentono subito meglio se coccolati in quella stessa posizione che ricorda loro il periodo neonatale e la prima infanzia, con la testa dolcemente appoggiata nell’incavo del braccio.

Quando un giorno i bimbi cresceranno e saranno ormai “grandi”, l’abbraccio resterà ancora, anche nella vita dell’adolescente e dell’adulto. Lo ricerchiamo noi stessi anche nella coppia come memoria tattile, come richiamo inconscio a quell’amore che abbiamo imparato in primo luogo venendo amati. Per dirlo con le parole suggestive di Giuliana Mieli, l’uomo insegue per tutta la vita la felicità perché l’ha sperimentata nel grembo materno.

Dott.ssa Valeria Cortese, psicologa perinatale e fondatrice del gruppo Ma.Ma

Fonti:

Bick Esther – L’esperienza della pelle nelle relazioni d’oggetto precoci
Mahler Margaret – La nascita psicologica del bambino
Mieli Giuliana – Il bambino non è un elettrodomestico
Montagu Ashley – Il linguaggio della pelle

Per approfondire questi temi, vi consigliamo nella collana “Il Bambino Naturale”

Portare i Piccoli di Esther Weber

E se poi prende il Vizio? di Alessandra Bortolotti

Bebè a costo zero di Giorgia Cozza

Sono qui con te di Elena Balsamo


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