Cara mamma, godi della bellezza del tuo piccino

Cara mamma,
è come una coperta. La crei, ci avvolgi il tuo bambino, lo riscaldi. È un dono che gli fai e se è ben cucita, poi, potrà lasciarla per esplorare il mondo, perché saprà costruirne un’altra, altrettanto resistente.
Ciascuna è madre a modo suo, tu lo sei a modo tuo! Con la tua voce, magari stonata, con le tue fragilità, con la tua storia.
Ti sei scoperta e hai scelto uno stile genitoriale tuo: sei molto affettuosa, o un poco ansiosa, distaccata o a tratti rigida. Ciò che hai ricevuto nell’infanzia bussa alla porta e si presenta nella relazione con il tuo bambino. Le strategie e le difese, con cui si è formata la tua personalità, durante la crescita, si attivano nella costruzione dell’attaccamento con lui, arricchite da nuove risorse.
Essere genitore, quindi, apre per te una finestra sul passato, rende intenso il presente e ti interroga sul futuro. Certamente non è noioso!

Puoi decidere di “lavorare” su di te, di crescere con tuo figlio, mettendoti in ascolto dei tuoi limiti e dei suoi bisogni. Cercando di esserci con impegno e passione, con autenticità. La perfezione non appartiene all’uomo. L’amore per tuo figlio, però, può essere motore e desiderio di metterti in gioco. Così tra prove ed errori, risate e pianti, dubbi e scoperte, impari a conoscerlo, e a godere della sua bellezza!
La società di oggi, però, il sentire comune, la nostra cultura, permette di goderne realmente?
Allattare a lungo, tenere a sé il bimbo nella fascia, rinunciare a un lavoro, per prendersi cura, è controcorrente e suscita critiche: “Così lo vizi!, “Lascialo piangere, che impara!“, “Sempre attaccato al seno, ti prosciuga!“.
Durante lo sviluppo, nel primo anno di vita, in particolare, non c’è vizio. Esiste un bisogno fisiologico, innato. Quello di essere protetti dal pericolo, di essere amati. Il pianto è il canale primario per esprimerlo. Il calore, la vicinanza, l’ascolto, la risposta non sono mai “troppo”. Sono garanzia di una base solida che permette di divenire persone sicure, autonome, capaci di esplorare con coraggio e fiducia. Non si tratta di concedere tutto, durate la crescita è essenziale, infatti, sperimentare la frustrazione, il “no”, conoscere i limiti. Non devono essere, però, confini relazionali. Quando un bambino ti chiama nel sonno, allunga le braccia verso di te, o cerca il tuo seno, ha bisogno di una cosa soltanto.
Amore.
Nei primi mesi di vita sente l’istinto di rivivere ciò che ha sperimentato durante i mesi nella pancia: quell’odore, il tuo profumo mamma! Contatto! Anche tu, come tutti, provi lo stesso impulso: hai bisogno di essere vista, toccata, consolata, accarezzata, stretta. Se ti senti rifiutata si crea in te un senso di vuoto, delusione, inadeguatezza, chiusura.

Negarsi di fronte ad una richiesta di affetto e protezione, dunque, dà vita ad un terreno poco fertile, che facilmente si potrà sgretolare davanti alle difficoltà della vita. L’adattarsi del bambino e il suo essere in apparenza autonomo e non richiedente è una illusione, forse rassicurante per un genitore, che tuttavia può celare una profonda insicurezza.

È la comunità, quindi, che sta perdendo qualcosa. Si è impolverata. L’istinto vitale, animale, quella forza naturale che altre culture hanno mantenuto, si è assopita. I modelli e le strutture che ci appartengono, infatti, sono fondate prevalentemente sulla carriera, sulla scelta famiglia/lavoro, sull’efficienza e la competizione.
Questo di materno non ha nulla.
La madre è terra, calore, presenza.
Il lavoro è vita, è realizzazione di sé e crescita. Il desiderio di una donna (il tuo!) di poter spendere tempo ed energie nel lavoro, è un diritto e una ricchezza. È forse utopia pensare ad una realtà dove questi due aspetti siano conciliabili in modo equilibrato e umano?
Probabile.
Ciò che è certo e reale, ora, è il bambino che hai tra le mani. Se ti prendi del tempo per stare con lui, lo conosci nel profondo. È necessario, per questo, “stare”. Fermarsi e stare! Guardarsi negli occhi, riscoprire la lentezza. Se provi a rispondere alle sue richieste crescerà consapevole di meritare amore, saprà scegliere e circondarsi di persone che lo amano e farà lo stesso.
Allora quando piange prova a chiederti: “Che cosa mi vuoi dire?” Di cosa avevo bisogno io quando ero come te?
Questo è un primo passo per sentire il tuo bambino. Cuore a cuore. E chi meglio di lui merita di avere in custodia il tuo cuore?
È come una coperta. Come la vogliamo costruire?

F.G.

“La gioia che mi hai dato, piccolo mio, è fatta di stupore, di lentezza e di pace. Non sono più in affanno, in continua ricerca di qualcosa di nuovo. È bello soltanto stare. Vedere il tuo faccino incantato dalla mia voce, il tuo sorriso che si apre e illumina la stanza. Ogni cambiamento, impercettibile, è una grande conquista. Grazie amore grande.”

Mamma

Questo bellissimo contributo che abbiamo il piacere di condivdere con voi ci è stato fornito da Francesca Gusmeroli, psicologa e psicoterapeuta sistemica, titolare dell’asilo nido Mimi&Cocò a Sondrio.


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