Ho allattato per quindici anni i miei due figli, e questa è la mia storia.

14 ottobre 2016

Vorrei che dalla mia penna potessero scaturire parole non fraintese, che questa storia avesse la capacità di trasmettersi come pioggia di delicati petali, i cui profumi, i cui vividi colori e la cui leggerezza a nessuno possano nuocere, ma a chi lo desidera sappiano lasciare una scia deliziosa, innocente e vera.

Scrivo per me stessa, perché gli anni non cancellino del tutto la memoria di ciò che ho vissuto; per i miei figli, perché ritrovino un giorno la loro storia da una prospettiva di diversa consapevolezza; scrivo soprattutto per altre donne, forse oggi ancora bambine, perché ho la nettissima sensazione che ciò che ho vissuto non sia il frutto di una casuale e straordinaria vicenda personale, ma sia invece il naturalissimo percorso che chissà quante madri prima di me, nel corso dei millenni, hanno attraversato e vissuto.

Oggi, questa mia testimonianza rischia quasi certamente di apparire una semplice bizzarrìa, un’anomalia, se non peggio (ed è un peggio che non nominerò neppure, perché non trova spazio alcuno nei miei pensieri, nella realtà di ciò che ho vissuto, nella naturale e semplice bellezza di questa esperienza di madre); tuttavia, so anche che, magari nell’ombra, altre donne sanno già quanto sia universale e naturale ciò che è narrato in questa vicenda.

Il punto è esattamente questo, sono convinta che questa storia abbia un valore, il valore della riscoperta; non è qualcosa che posso dimostrare scientificamente, per quanto sappia bene che non mancherebbe il modo di agganciare ogni mia affermazione e ogni mio vissuto a studi, racconti di altre culture, ricerche storico-comparative etc.; la consapevolezza di questo valore è data dai sentimenti, dagli istinti, dagli atteggiamenti interiori che mi hanno accompagnata in questa avventura. Merita la definizione di avventura perché, pur essendosi svolta perlopiù fra le quattro mura di casa, si è spinta in territori inesplorati, senza mappe e senza bussola, davvero alla ventura.

La vicenda è quella di un allattamento durato per quasi 15 anni e che ha riguardato entrambi i miei figli. È una storia iniziata con un bambino che non ha potuto essere allattato né alla nascita, né per i due mesi e mezzo successivi; è una storia che nei primi mesi è stata caratterizzata soprattutto da tanto coraggio, determinazione, forza di volontà, per superare sfide diverse e riuscire ad allattare in modo esclusivo, pur se le difficoltà sono continuate anche dopo l’abbandono della formula. Una delle tante storie destinate a finire male e che invece ha avuto un esito felicissimo, ma per quale motivo?

Mi sono spesso chiesta come avessi fatto a tener duro fra tante avversità e la risposta è certo complessa, ma, fra i diversi motivi uno spicca più degli altri, e fa la parte del leone. Il leone qui non cade a sproposito; sono una donna di solito insicura e timorosa, tendevo ad essere molto succube dell’autorità, in qualunque campo – figurarsi poi di fronte a medici e dottori! – non ho mai brillato per strenua determinazione e tendo a tirarmi indietro piuttosto che a combattere.

Cosa è stato dunque a tirare fuori dalle spoglie di agnello il vello leonino? È stato soprattutto l’istinto, un istinto primordiale, puro e incontaminato che dormiva dentro di me. Sono convinta che certi istinti si siano estremamente ben conservati e siano giunti a me intatti e incorrotti attraverso le generazioni. Non ho retaggi educativi di liberazione degli istinti, di ascolto di me stessa e della mia natura, tutt’altro; ho ricevuto un’educazione piuttosto basata su un sistematico cambio della sintonia quando era il momento di seguire la musica delle mie corde interiori.

Il miracolo di questo nuovo ascolto può essere ascritto solo alla pura e dirompente forza della Natura, che ha iniziato a fare di me una donna quando ero ancora solo una bambina. Quello che ho sentito con lucida e cristallina chiarezza era che occupavo un posto prezioso e irripetibile nel consesso di tutte le antenate madri che mi avevano preceduta: la saggezza della natura era tutta lì, a portata di mano, non c’era che da lasciarsi guidare, portare per mano, e davvero tutta la forza che ho sentito in quei primi mesi di vita del mio bambino era la forza di un cerchio indissolubile di mani di donne, strette le une alle altre, che mi sorreggevano e mi guidavano, e non mi facevano sentire sola e spersa in territori inesplorati.

Passata la bufera irta di ostacoli che alla fine è durata quasi un anno, gli istinti dirompenti che avevano rotto gli argini sono rientrati in un ampio e tranquillo alveo, ma non per questo la loro quieta forza si è fatta sentire di meno. È iniziato un allattamento felice e appagante, molto tranquillo, non più guidato dall’urgenza di rimettere sui binari il treno che aveva deragliato. Da quel momento in poi non sono più stata una leonessa che deve aprirsi un varco fra cespugli di spine, piuttosto una gatta molto compresa del suo ruolo quasi passivo verso i micetti. Allattare per me non è mai stato uno sforzo o una fatica (tranne un paio di momenti, fra cui lallattamento in tandem, in cui ho dovuto stabilire limitazioni e chiedere tregue di cui i bambini avrebbero fatto volentieri a meno), mi sono limitata a godere dei tanti benefici, delle innumerevoli comodità, della sintonia che mi ha permesso di creare con i miei figli, anche quando problemi di varia natura avrebbero rischiato di farci allontanare, di estraniarci.

Soprattutto mi sono divertita moltissimo a osservare. Quello che ho osservato, e che mi è divenuto sempre più chiaro, è che un bambino davvero libero di svezzarsi in autonomia – perché ha rare o inesistenti pressioni da parte della madre – sviluppa un suo percorso di allattamento che, seppure con indubbie caratteristiche individuali e peculiari, segue fasi ben precise, scandite da stadi diversi che più o meno io credo si ripetano simili per tutti i bambini. Un po’ come la gravidanza, o l’imparare a camminare e a parlare; ogni gravidanza è unica e irripetibile, ogni bambino cammina e parla con i suoi tempi, ma i vari stadi di sviluppo sono simili per tutti, ci sono tappe di crescita comuni a tutti.

Oggi è più comune osservare, anche grazie al web, bambini allattati che abbiano fra uno e due anni o anche qualcosa di più, e non posso fare a meno di notare quelle deliziose manine che si muovono tutte in modi molto simili sui seni delle mamme, e le cercano e le esplorano mosse da un identico impulso. Io me ne sono accorta solo quando è nato il mio secondo figlio e ho notato che alcuni comportamenti si ripetevano con incredibile analogia nel corso degli anni.

Per esempio, ho notato che nel secondo e terzo anno di vita i miei figli sviluppavano un atteggiamento estremamente attivo e consapevole verso l’allattamento. Soprattutto nel secondo anno, c’è stato un picco di bisogni nutritivi e affettivi che gravitavano attorno al seno. Ho avuto la netta sensazione che sarebbe stato quasi più facile trovare il modo di svezzare un bambino di meno di un anno che non uno di due o fra i due e i tre – a patto, forse, che si arrivi al secondo anno con un allattamento che non ha avuto interferenze significative (allattamento esclusivo, niente ciucci o biberon, introduzione dei cibi solidi seguendo i segnali dati dal bambino, sonno condiviso o comunque nessuna restrizione all’allattamento notturno che consente di avere una buona produzione di latte anche nel secondo anno) – Mi è davvero parso che se la madre ha un atteggiamento neutro e passivo (non nel senso che subisca, ma nel senso che si trovi nella condizione di chi accoglie e riceve al bisogno, senza interferire), e la produzione del latte non ha cali eccessivi dovuti a lunghi periodi di separazione dal bambino, è davvero difficile che egli si svezzi da solo fra i due e i tre anni, un periodo – secondo me – di vero e consapevole tripudio per un bambino allattato.

È stato poi incredibile osservare con tanta inequivocabile chiarezza quanta capacità di conforto, di rassicurazione, di rilassamento, di piacere, di pace e beatitudine venga assegnata dal bambino grandicello al seno materno, ancora per molto tempo, e come – in modo del tutto naturale – tutte le altre tappe della crescita, e gli altri interessi che egli sviluppa col tempo, contribuiscano a trasformare i ritmi, i tempi, i modi in cui desidera essere allattato man mano che si fa più grande (per noi questo è avvenuto dai 4 ai 5-6 anni). È straordinario come la breve poppata della mattina – anche quando ormai era forse l’unica rimasta a parte rare eccezioni – abbia dato loro una bella sveglia e la carica per iniziare la giornata, e per quanto sia rimasta ancora irrinunciabile al loro istinto di suzione (per noi questo è avvenuto dopo i 6 anni). Eccolo qui, l’istinto di suzione… – ho visto cose che voi umani del moderno occidente non potreste neppure immaginare…e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia …- Non vorrei che andasse perduta questa osservazione che considero molto preziosa, quella che davvero è difficile riconoscere se non ci si è avventurati fino al largo dei bastioni di Orione: l’istinto di suzione non solo esiste, ma esiste sicuramente per qualche motivo importante e dura moltissimo…e il bambino non ha alcun controllo su di esso, appunto perché è un istinto e se ne va via solo dopo aver svolto la sua funzione; eh sì, a me è sembrato che pian piano sparisse, ed è qui che è avvenuta l’ultima fase dello svezzamento guidato dai miei figli. Ad un certo punto, hanno entrambi iniziato a non aver più “bisogno” di succhiare, finché addirittura, quando nel giro di un anno cercavano il seno a grandi intervalli di tempo, finivano per non sapere più bene come succhiare, erano in qualche modo scoordinati. Fino a subito prima di questa fase avevano desiderato attaccarsi di tanto in tanto, ma ad un certo punto ecco che l’istinto non li ha mossi più e non c’è stata più una prossima volta, e si erano svezzati del tutto (l’ultima volta che il grande mi ha chiesto di provare è stato al compimento dei nove anni, ma erano già mesi che non chiedeva più di attaccarsi e quando lo ha fatto ha detto che non sapeva più succhiare). Il mio secondo figlio, che fino all’ultimo ha mantenuto un ritmo più regolare e meno intermittente, pur allungando sempre più gli intervalli da giorni a settimane, ad un certo punto, nel decimo anno di età, ha iniziato a non succhiare più tanto bene, e questo ha coinciso, poco dopo, con una perdita totale di interesse e con lo svezzamento definitivo (si è limitato a qualche bacino di saluto ogni tanto, prima di ignorare del tutto l’esistenza del seno). Non ho mai saputo quale fosse stato l’ultimo giorno di allattamento dei miei figli, perché è impossibile ricordarselo quando ormai sono passati mesi e capisci, o anche te lo comunicano, con sicurezza e noncuranza, che ormai si sono svezzati.

Non so esattamente come io e i miei figli siamo arrivati ad avere un’esperienza simile, non certo prevista né programmata, se non tirando in ballo il lavoro delle forze della natura. A parte gli inizi difficili e la convinzione che il bambino dovesse essere la mia guida, dopo il compito di madre accogliente mi sono ritrovata perlopiù in quello di spettatrice curiosa.

Ho allattato con leggerezza, senza fare pressioni (né incitamento al seno, né limitazione eccessiva). Avevo un atteggiamento di accettazione e accoglimento, soprattutto di fiducia e serenità. Non solo non è quasi mai stata una fatica allattare, ma ho sempre nutrito una totale fiducia nel comportamento e nei bisogni manifestati dal bambino. Ho ben pochi meriti in questo. Davvero non sono stata altro che un semplice strumento, docile e malleabile nelle mani degli istinti naturali. Ed è un semplice dato di fatto, in cui non hanno avuto alcun peso né meriti, né determinazione, né volontà, né alcuna qualità specifica. L’allattamento è stata una delle cose più semplici, gioiose e meno faticose delle mie maternità, senza che dovessi quasi mai sforzarmi perché fosse così. Desideravo allattare e nella testa mi vorticavano anche tanti motivi per i quali sarebbe stato giusto, saggio, salutare e naturale farlo, ma il vero motore è stato, poi, solo il trovarmici a mio perfetto agio. Vorrei poter dire lo stesso di tanti altri comportamenti che avrei voluto mettere in atto, perché li consideravo giusti e li sposavo idealmente, ma che ancora oggi fatico a realizzare nella pratica.

L’atteggiamento del padre non ha generato conflitti. Mio marito ha sempre accolto i tempi e le modalità del nostro allattamento perlopiù con tranquillità e comprensione, nonostante anche per lui fosse una cosa del tutto nuova. Talvolta  con un briciolo di ironia: “ma non ti sei ancora svezzato?”, detto con tono sorpreso e canzonatorio ma anche affettuoso e leggero.

Ho naturalmente dovuto combattere, evitare, aggirare, tenere a bada i condizionamenti esterni, ma nel mio caso c’è stato anche un insieme felice di resistenza e di tregue dovute alla fortuna e al caso. A proposito delle tregue dovute al caso, mi è capitato spesso di allattare in pubblico fino al terzo anno o, se non ricordo male, anche quarto, tuttavia non ho mai avuto un solo sguardo indiscreto o malevolo, né un solo commento negativo, sono riuscita a passare inosservata e questo ci ha senz’altro giovato (non è stato altrettanto semplice con parenti e amici, che davvero mi hanno fatto passare brutti quarti d’ora, soprattutto all’inizio e nelle fasi più delicate e fragili del processo)”.

Quanto è raccolto in queste righe, me ne rendo conto ora, è mosso soprattutto da un intenso sentimento di gratitudine. Sono grata a tutte le alterne vicende, anche a quelle più dolorose e difficili dell’inizio, che hanno dato vita a questi quasi quindici anni di allattamento. Sono grata perché per me è stata un’esperienza di accudimento e di crescita personale dagli esiti felici; è stata un aiuto e un meraviglioso modo per essere vicina ai miei figli, per conoscerli, per far arrivare il mio amore anche quando altre strade si rivelavano più impervie; è stata il modo più dolce per sentire che almeno qualcosa di buono lo avevo fatto – e a tutte noi mamme può capitare a un certo punto di avere un assoluto bisogno di sapere che c’è almeno una cosa che abbiamo fatto per il verso giusto. Considero questa pagina della mia vita come un dono, un grande dono meraviglioso a cui sono immensamente felice di rendere omaggio.

Aurora Ismaele


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