Congedo di paternità: cosa cambia per il 2017 e il 2018?

È possibile conciliare famiglia e lavoro? Quali sono le garanzie che lo Stato appresta a tutela della maternità e della paternità con riferimento al lavoro?

Quotidianamente, noi genitori cerchiamo di districarci tra i molti impegni lavorativi e di gestione famigliare, incontrando non poche difficoltà, tali da indurre, in alcuni casi, a compiere la dolorosa scelta tra figli e carriera.

Nonostante nel corso degli anni, la legge abbia ampliato le misure economiche e socio-assistenziali per garantire una maggior tutela ai neogenitori, la strada da percorrere è ancora lunga, soprattutto in confronto a ciò che accade negli stati del Nord Europa, in cui sono previsti lunghi congedi di maternità e paternità (per lo più obbligatori) e la formula del lavoro part time è diffuso anche tra gli uomini. Perché, se è vero che la legge italiana dispone il divieto di adibire le lavoratrici a lavori gravosi ed insalubri per tutto il periodo di gestazione fino ai 7 mesi dopo il parto e il divieto di licenziamento fino al compimento del primo anno di età del bambino, è altrettanto vero che per i neopapà le garanzie sono estremamente limitate e, di recente, sono state ulteriormente ridotte.

Ma andiamo con ordine e proviamo a ricostruire, in sintesi, le misure predisposte dalla legge per consentire al genitore di prendersi cura del bambino nei suoi primi anni di vita, allo scopo di appagare i suoi bisogni affettivi e relazionali.

Innanzitutto, il nostro ordinamento prevede la possibilità di usufruire di alcuni periodi di astensione dal lavoro, attraverso il congedo obbligatorio di maternità/paternità e quello facoltativo parentale, in cambio della corresponsione di una indennità di misura variabile, in relazione alla obbligatorietà/facoltatività e all’età del bambino.

Per quanto riguarda quello obbligatorio, il periodo di astensione dal lavoro è riconosciuto alle lavoratrici dipendenti durante la gravidanza e il puerperio e, solo in presenza di determinate condizioni che impediscono alla madre di beneficiare del congedo, l’astensione dal lavoro spetta al padre (congedo di paternità).

Secondo quanto previsto dagli articoli 16 e seguenti del Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, (aggiornato, da ultimo, con le modifiche apportate dal D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 80 e, successivamente, dalla L. 7 agosto 2015, n. 124), il congedo di maternità inizia due mesi prima la data presunta del parto, fatta salva la possibilità di anticipazione qualora venga disposta l’interdizione al lavoro su disposizione dell’Azienda sanitaria locale, se la gravidanza è a rischio, o della Direzione territoriale del lavoro, se le mansioni sono incompatibili con la gravidanza.

Dopo il parto il congedo di maternità ha la durata di tre mesi (salvo flessibilità) oppure dell’intero periodo di interdizione prorogata disposto dalla Direzione territoriale del lavoro, relativamente alle mansioni incompatibili con il puerperio.

In merito, invece, al congedo di paternità, gli articoli 28 e seguenti del predetto Testo Unico riconoscono tale possibilità solo quando si verificano eventi che riguardano la madre del bambino, tali da renderla inidonea a prendersi cura del neonato e, infatti, spetta in caso di:

  • morte o grave infermità della madre;
  • abbandono del figlio o mancato riconoscimento del neonato da parte della madre;
  • affidamento esclusivo del figlio al padre.

Durante i periodi di congedo di maternità (o paternità) la lavoratrice (o il lavoratore), ha diritto a percepire un’indennità pari all’ 80% della retribuzione media globale giornaliera calcolata sulla base dell’ultimo periodo di paga precedente l’inizio del congedo (quindi, solitamente, l’ultimo mese di lavoro precedente il mese di inizio del congedo). Per gli iscritti alla gestione separata, se il reddito deriva da attività libero professionale o di collaborazione coordinata e continuativa parasubordinata, l’indennità di congedo è pari all’80% di 1/365 del reddito.

È bene ricordare che il diritto all’indennità, richiedibile mediante istanza scritta, si prescrive entro un anno a decorrere dal giorno successivo alla fine del congedo di maternità (o paternità).

Qualora non sussistano i requisiti necessari perché il padre possa accedere al beneficio del congedo obbligatorio di paternità in sostituzione della madre, il nostro ordinamento si limita a prevedere che, entro il quinto mese di vita del bambino, ai padri lavoratori dipendenti spettino obbligatoriamente due giorni, anche non continuativi.

Trattasi di una misura di introduzione recente (legge 28 giugno 2012 n.92, c.d. Legge Fornero) e, per di più, sperimentale per gli anni 2013-2015, successivamente confermata dalle leggi di stabilità per il 2016 e il 2017. Tale congedo si configura come un diritto autonomo e, pertanto, è aggiuntivo a quello della madre e spetta comunque indipendentemente dal diritto della madre al proprio congedo di maternità. In tali casi l’indennità giornaliera a carico dell’INPS è pari al 100% della retribuzione.

Passando, invece, all’astensione facoltativa, cd. congedo parentale facoltativo, spetta ai lavoratori dipendenti e autonomi (iscritti alla gestione separata), mentre risultano esserne esclusi i genitori disoccupati o sospesi, lavoratori domestici, lavoratori a domicilio.

Si tratta di un periodo (complessivo tra i due genitori) non superiore ai 10 mesi, fruibile anche contemporaneamente, entro i primi 12 anni di vita del bambino, oppure dall’ingresso del minore nella famiglia adottiva o affidataria.

Per tali casi, la legge prescrive la corresponsione di un’indennità variabile ai genitori lavoratori dipendenti ai quali, infatti, spetta:

  • un’indennità pari al 30% della retribuzione media giornaliera, calcolata in base alla retribuzione del mese precedente l’inizio del periodo di congedo, entro i primi sei anni di età del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento) e per un periodo massimo complessivo (madre e/o padre) di sei mesi;
  • un’indennità pari al 30% della retribuzione media giornaliera, dai sei anni e un giorno agli otto anni di età del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento), solo se il reddito individuale del genitore richiedente è inferiore a 2,5 volte l’importo annuo del trattamento minimo di pensione ed entrambi i genitori non ne abbiano fruito nei primi sei anni o per la parte non fruita anche eccedente il periodo massimo complessivo di sei mesi;
  • nessuna indennità dagli otto anni e un giorno ai 12 anni di età del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento).

Dall’anno 2012, con la legge n. 228, è possibile anche frazionare a ore il congedo parentale, cd. congedo su base oraria, mentre dal 2015 è stata introdotta la facoltà per il lavoratore di chiedere, per una sola volta, la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, al posto del congedo parentale o entro i limiti del congedo ancora spettante (la riduzione dell’orario non deve però superare il 50%).

A tale congedo facoltativo parentale, per il periodo 2013-2016 si è aggiunta la facoltà per il padre lavoratore dipendente, anche adottivo e affidatario, di accedere al beneficio del cd. Congedo facoltativo di paternità, ovvero due giorni di astensione dal lavoro, retribuiti al 100%, fruibili entro e non oltre il quinto mese di vita del figlio, alternativo al congedo di maternità della madre.

Con la legge di stabilità, per il 2017 il Parlamento ha eliminato la possibilità per i papà di godere di questo beneficio per l’anno 2017: ne consegue che potranno beneficiarne solo coloro che sono diventati papà (naturali o adottivi) entro il 31 dicembre del 2016.

Uno spiraglio di luce per i futuri papà sembra intravedersi, però, per il 2018, poiché in virtù della medesima legge di bilancio del 2017, i giorni spettanti a titolo di congedo obbligatorio di paternità aumenteranno di due giorni (nel complesso, quattro giorni) mentre a titolo di congedo facoltativo spetterà un giorno di astensione dal lavoro, sempre in alternativa ai giorni di congedo spettanti alla madre.

Siamo dunque ancora lontani dal raggiungimento degli standard nordeuropei, ma si è confidenti che la direzione sia quella giusta e, a piccoli passi, sarà forse possibile garantire, anche ai neopapà, di godere di quei momenti unici ed insostituibili che caratterizzano i primi mesi di vita di ogni neonato.

Avv. Paola Carrera (avvocato civilista in Torino)


Potrebbero interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Codice di sicurezza * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.