Bimbi e smartphone: urla e pianti per tenerlo “ancora un po’”. Cosa fare?

“Quando dico al mio bambino di tre anni che è l’ultima canzone, lui inizia a urlare e a lamentarsi”.

“Il mio bimbo si mette a correre per tutta la casa con lo smartphone (il mio!) in mano”.

“Alla mia bambina di quasi quattro anni devo portarlo via con la forza, fosse per lei vorrebbe sempre un altro video, un’altra canzoncina, un altro cartone su youtube”.

Cosa sta succedendo ai nostri bambini? Sono sempre più numerose le mamme che raccontano di trovarsi in grande difficoltà quando devono farsi restituire il cellulare dai loro bambini. Che i piccoli lo stessero usando per ascoltare musica, per guardare un video o per giocare, sembra che tutti facciano una resistenza pazzesca quando arriva il momento di interrompere l’attività e dedicarsi ad altro.

Ci sono bambini che non si limitano a protestare e chiedere “ancora un po’ di tempo”, ma piangono, urlano, corrono via con il telefonino.

E così sono tante le mamme che si dichiarano veramente stanche di queste situazioni e si chiedono come fare per gestire l’accesso al cellulare dei loro bambini.

Premesso che ricette pronte, valide per tutti, naturalmente non ce ne sono, perché i bambini sono tutti diversi (assolutamente unici e speciali) e anche le famiglie sono tutte diverse e ogni genitore dovrà fare i conti con la propria realtà, provo a lanciare un’idea… Un suggerimento, forse un po’ controcorrente, ma che si potrebbe provare.

Molti bimbi in età prescolare fanno un fatica terribile a interrompere le attività in corso sullo smartphone. Perché? Perché gli intrattenimenti digitali esercitano un’attrattiva potente, persino sugli adulti. Forse sarà capitato anche a noi di navigare in internet un po’ più del previsto, di controllare il profilo social qualche volta di troppo (rispetto a quanto avevamo in mente)… Per i bambini la difficoltà è potenziata, l’attrattiva ancor più potente, e se ne vorrebbe sempre ancora un po’. Ancora un video, ancora una canzone, ancora le foto…

Secondo il direttore del Centro sulla salute infantile dell’Ospedale Pediatrico di Boston “molte app per bambini sono progettate in modo tale da stimolare il rilascio di dopamina – così spingono i bambini a continuare a giocare – offrendo premi o figure eccitanti a sorpresa”.[1]

In Bebè a costo zero crescono, nel capitolo dedicato alla tecnologia, si legge: “D’altronde è lì da vedere: buona parte dei bambini/ragazzini che videogiocano interrompe malvolentieri questa attività e molte liti in famiglia sono legate alle difficoltà incontrate nel porre dei limiti all’intrattenimento tecnologico. È una reazione particolare, che non si verifica con altri giochi per quanto amati dai bambini. Credo non sia frequente sentire genitori che si lamentano perché il loro bambino diventa aggressivo se gli si negano i puzzle o perché le costruzioni sono diventate un chiodo fisso che impedisce qualunque altra attività…”

Ebbene, se ci accorgiamo che il nostro bambino in età prescolare non riesce a gestire il cellulare, la soluzione più semplice e immediata potrebbe essere quella di… non darglielo.

E non perché siamo contro la tecnologia, fuori dal mondo, retrogradi, obsoleti. No, semplicemente perché la tecnologia è “roba da grandi” e se il bambino non riesce a gestirla, se ogni volta si infuria e urla per cedere il cellulare, significa che per lui è “troppo”, che per la sua mente in formazione la sollecitazione è troppo potente, che va oltre alle sue possibilità nel momento attuale della crescita.

Qualcuno obietterà che è impossibile non dare i dispositivi tecnologici ai piccoli. In realtà, le prime volte sono proprio gli adulti che coinvolgono i bambini e mostrano loro il funzionamento dello smartphone. Magari per mostrargli un video simpatico o per intrattenerli durante la preparazione del pasto o in occasione di una cena al ristorante. Poi succede che la cosa al bimbo piaccia e che inizi a chiederla, e richiederla e richiederla troppo. Più di quanto il genitore vorrebbe.

Ora, non è che questo succede a tutti. C’è il bambino che videogioca mezz’ora al giorno o che si ricorda del cellulare una volta alla settimana. Bene, in questi casi il problema non c’è e non è di questi casi che tratta l’articolo che state leggendo.

Ma se per il nostro bambino il tempo trascorso in compagnia di una schermo non è mai abbastanza, se la tecnologia si trasforma in un problema, in una fonte di continue discussioni, rimproveri e nervosismi… Ebbene, se si vede che la tecnologia esercita un’attrazione troppo intensa verso il bambino, si può decidere di rimandare l’appuntamento con il mondo digitale in un momento successivo. Educare un figlio vuol dire anche tornare indietro se si constata che quella intrapresa non è la strada migliore per lui.

Come fare però per compiere il fatidico passo indietro? Se il bambino ad esempio ama ascoltare la musica o guardare le foto di famiglia sullo smartphone? Si possono proporre delle alternative. Le canzoncine le ascoltiamo mettendo il CD nella radio o nel computer. E si balla insieme e ci si diverte. E quando il CD è finito, è finito anche il gioco. Le foto? Stampiamo dieci, quindici foto di famiglia, le preferite del bambino, e le inseriamo in un bell’album comprato apposta per lui o le incolliamo (insieme a lui) su un quaderno. Poi si sfoglia l’album da soli o in compagnia, una, due, tre, dieci volte. Tanto non è mai troppo e non fa male.

Nei primi tempi potrà essere necessario lasciare un po’ in disparte il dispositivo tecnologico da cui vogliamo “disintossicare” il piccolo. Se ce lo chiede potremo dire che non è il momento, che è scarico, che è spento, che serve a noi per lavorare. E proporre al bimbo altri intrattenimenti: invitiamolo sul divano per leggere un bel libretto insieme, facciamo un puzzle, una torta, permettiamogli di giocare/pasticciare con l’acqua o coi travasi (tutte attività che in genere piacciono ai piccoli), usciamo per fare una passeggiata.

Pian piano la richiesta di tablet e smartphone diventerà meno assidua, e la tecnologia tornerà a occupare un posto di minor rilievo nei pensieri e nella giornata del bambino. Forse in questo modo ci troveremo a usarla un po’ meno anche noi adulti (ovvio, quando siamo in famiglia, nel tempo libero, quando siamo con i nostri figli). E magari scopriremo che quel tempo sottratto agli schermi e dedicato alle chiacchiere, al gioco, alle risate, piace di più anche a noi.

Insomma, si potrebbe provare. Piuttosto che trascinare una situazione difficile e sgradevole, che procura agitazione al piccolo e malumore ai grandi, meglio tentare un’altra strada. E se non funziona, si fa sempre in tempo a inventare qualcos’altro.

Giorgia Cozza

[1] Fonte: Worthen B., What happens when toddlers zone out with an iPad, The Wall Street Journal, 22 maggio 2012.


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