Studiare a scuola o a casa: i figli non sono manifesti!

La scrittrice Idzie Desmarais, ideatrice del blog Non sono andata a scuola. Sì, so scrivere, in questo articolo racconta non solo della sua esperienza da studentessa unschooler, ma anche della pessima abitudine che hanno molti genitori di vantarsi dei propri figli, scolarizzati o meno, innalzandoli a modello di un’intera categoria. Il contributo è tradotto, come sempre, da Michela Orazzini.

Quando trasformiamo i figli in manifesti!Di Idzie Desmarais

Da piccola, ricordo tanti genitori di bambini educati a casa che si vantavano di quanti libri leggessero i figli e di quanto fossero avanti rispetto alla loro età. Io ancora non leggevo e mia madre – certo sentendosi un po’ sopraffatta – ha ripetuto per anni: ”Imparerà a leggere quando sarà pronta!”. Era diventato una specie di mantra, per fronteggiare la pressione circostante. Quando sarà pronta, imparerà.

Naturalmente mia madre aveva ragione, sono cresciuta in un ambiente familiare molto colto e senza avere alcun disturbo specifico di apprendimento. Verso i 10 anni leggevo più o meno come i miei coetanei. Circondata da genitori molto contenti di avere figli modello, mia madre aveva resistito alle pressioni esterne e aveva continuato a credere nei principi dell’apprendimento naturale.

Dopo un sempre maggiore avvicinamento della mia famiglia a cerchie di genitori che praticavano l’unschooling (l’unschooling, anziché riproporre a casa un contesto di apprendimento simile a quello scolastico, si affida molto di più alla guida rappresentata dagli interessi specifici del bambino. Il genitore, più che dirigere, indirizzare e controllare, diventa un facilitatore del percorso di apprendimento guidato dal bambino. N.d.T.), i paragoni e i confronti fra un bambino e l’altro sono diminuiti all’interno della comunità; tuttavia, sembra ancora molto diffusa l’abitudine di sbandierare bambini e giovani adulti non scolarizzati a chi è nuovo o estraneo alla comunità degli unschooler.

Il messaggio sembra chiaro: di fronte alle critiche e all’incomprensione dilagante, dobbiamo dimostrare qualcosa, e il modo migliore di farlo è mostrare quanto possano essere straordinari i bambini non scolarizzati.

Comprendo la spinta che sta dietro tutto questo: è difficile essere un gruppo tanto piccolo e fare cose tanto anticonformiste; basta un attimo per sentire una gigantesca pressione a dover dimostrare la validità delle proprie scelte.

Può essere davvero difficile, però, trovarsi nei panni di uno di quegli adolescenti e giovani adulti che vengono sbandierati a mo’ di esempio; e ancor più difficile è per coloro che sentono di non essere all’altezza dei ragazzi modello.

Il significato del successo è piuttosto soggettivo. Nella nostra cultura di solito si riduce ai voti universitari, un “buon lavoro”, soldi, prestigio… chi non è scolarizzato spesso aggiunge alla lista qualche elemento meno convenzionale, come viaggiare per il mondo o iniziare un’attività in proprio. Ma qualunque sia il metro di giudizio utilizzato, credo che tutti i giovani adulti sentano una notevole pressione a dover dimostrare di essere adulti capaci. Quando si proviene da un contesto di scuola familiare, non solo si deve dimostrare qualcosa a livello personale, ma si diventa di colpo rappresentativi di tutta la categoria degli unschooler, termine di paragone con cui giudicare il valore di un’intera filosofia educativa e di un intero gruppo di persone. Qualsiasi successo è la dimostrazione che forse il merito è dell’educazione familiare… e i fallimenti? Ecco, sono visti come la dimostrazione che fare unschooling è davvero una pessima idea.

Con una pressione simile proveniente dall’esterno della comunità, può essere davvero dura dover fronteggiare anche tutta la pressione che proviene dall’interno.

Io sono finita quasi per caso nel ruolo della ragazza manifesto. Quando ho iniziato il mio blog “I’m Unschooled. Yes, I can write” (“Non sono andata a scuola. Sì, so scrivere” N.d.T.), non immaginavo che avrei avuto tanto successo, che avrei tenuto conferenze e guadagnato una certa notorietà negli ambienti legati alle forme alternative di educazione.

È una posizione che mi rende spesso molto fiera ma che, talvolta, mi fa sentire quasi a disagio. Adoro il fatto che la mia esistenza e i miei scritti siano d’aiuto alle persone per capire quanto possa essere valida l’educazione familiare ma, allo stesso tempo, vorrei essere vista semplicemente per ciò che sono, ed essere rappresentativa solo della mia vita personale.

Voglio ciò che credo vogliano tutti, qualunque tipo di educazione abbiano ricevuto: essere vista come un individuo unico con aspirazioni, scopi ed esperienze proprie. Voglio che i miei successi siano riconosciuti e festeggiati e desidero essere sostenuta e incoraggiata quando fallisco.

Come comunità, le persone educate al di fuori del contesto scolastico desiderano maggiore riconoscimento e comprensione. Lo voglio anch’io, e ho scelto di fare quanto è in mio potere per portare avanti la causa. Ma voglio anche che ogni homeschooler o unschooler sia visto soprattutto come un individuo a sé, non come il prodotto di una filosofia, che la si creda giusta o sbagliata.

Come ho scritto in un post dello scorso anno:

Spero solo che noi, come unschooler, possiamo restare fedeli al valore condiviso per cui apprezziamo l’apprendimento per se stesso, piccolo o grande che sia, cantato dal palcoscenico di un concorso di canto nazionale, o accoccolati in una comoda poltrona di una non ben definita casa mentre leggiamo le leggende del ciclo arturiano o la storia del fumetto.

Lo scopo non dovrebbe mai essere quello di crescere figli formidabili, piuttosto quello di offrire nutrimento e apprezzamento a ciascun individuo, comunque egli sia.

Michela Orazzini, curatrice della nostra rubrica “Tradotti per voi”. Articolo originale di Idzie Desmarais.


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