Screening psicologico sui bambini immigrati


Non bastava che qualcuno avesse avuto l’idea di creare le «classi-ponte» per i bambini figli di immigrati, ora «in loro soccorso» arriva anche la neuropsichiatria. Eventualmente, anche gli psicofarmaci.

In Lombardia, in occasione di un convegno organizzato a marzo 2009 dall’istituto Medea, è nato un progetto tra le Uonpia (Unità operative di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) di qualche ospedale e l’assessorato regionale alla Sanità, che da parte sua fornisce un generoso finanziamento di 2,7 milioni di euro per il biennio 2009/2011.

L’obiettivo? Sottoporre a uno screeenig di massa circa 60mila bambini figli di immigrati che risiedono nella regione. A sentire i promotori, l’indagine sarebbe necessaria perché l’aumento della popolazione immigrata corrisponderebbe ad un aumento del disagio sociale dei loro figli, che a scuola presenterebbero problemi di linguaggio, apprendimento e comportamento.

La soluzione però non è lavorare sull’inserimento in un nuovo contesto, ma procedere con un’indagine sui bambini coordinata dalle unità neuropsichiatriche.

Il Comitato dei cittadini per i diritti umani commenta così l’iniziativa: «Il neuropsichiatra infantile non è un insegnante, non è addestrato per risolvere le difficoltà di lingua e di integrazione che questi bambini possono avere. L’integrazione culturale non è di competenza della neuropsichiatria». Luciana Sbarbati, segretaria del movimento repubblicani europei, ha definito lo screening lombardo «inutile e pericoloso».

Qualche anno fa, l’istituto Medea aveva già lanciato il «Progetto Prisma», uno screening sugli allievi di alcune regioni italiane. Alcuni genitori erano insorti, preoccupati che il passo successivo fosse la somministrazione di psicofarmaci ai minori (l’esempio americano insegna).

Aleggiava allora lo spettro del Ritalin (metilfenidato-anfetamina), un farmaco da poco rimesso in commercio in Italia usato per «sedare» i bambini affetti da deficit di attenzione ed iperattività. Ora il problema si ripropone, ma la scusa stavolta è che va agevolata l’integrazione. Il rischio, invece, è lo stesso: un aumento dell’uso degli psicofarmaci sui bambini. E conseguenti guadagni per la potentissima lobby farmaceutica.

Di Mariangela Maturi.

Fonte: Il Manifesto

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