Partorire in casa: una scelta sicura

Partorire in casa è una decisione presa da circa 1500 donne in Italia. Un’opzione sulla quale però molte future mamme non hanno informazioni sufficienti. Questa nuova rubrica ha come obiettivo proprio quello di informare le donne su una nuova opportunità che, secondo varie ricerche internazionali, è sicura, e permette di vivere il parto da protagoniste.

Quando ero in attesa della mia primogenita, Sara, ho sentito l’esigenza di vivere la gravidanza e il parto in modo naturale, seguendo i miei bisogni più profondi, senza interferenze e senza subire procedure standard imposte dagli “operatori della nascita”. E così ho cercato di saperne di più, per trovare il MIO modo di partorire.

Certo, non è stato facile. Ma cercando e informandomi ho trovato un centro nascita che promuoveva il parto in casa. Lì ho seguito un corso di preparazione al parto molto diverso da quello che avevo frequentato poco prima in un grande ospedale romano. L’entusiasmo, la passione e la fiducia nel corpo femminile e nelle sue potenzialità sono le caratteristiche fondamentali del mestiere dell’ostetrica, che a differenza del ginecologo, non dice alla donna COSA FARE, ma aiuta la donna A PRENDERE LE SUE DECISIONI SU CHE COSA FARE. E cosi’, tre anni e mezzo dopo, anche Leonardo è nato in casa. In acqua, stavolta, in un’atmosfera di intimità e di gioia, senza fretta, senza ansia. Un approccio che difficilmente avrei trovato in ospedale o in clinica.

In questa rubrica saranno riportate informazioni, dati, statistiche, storie e iniziative relative al parto a domicilio. In un paese come l’Italia, che con quasi il 40% detiene il primato di parti cesarei nel mondo occidentale, sono convinta che sia giusto tentare di riconquistare una dimensione più UMANA e meno traumatica dell’evento nascita.

Il parto in casa è sicuro

Quando si parla di parto in casa, molto di rado in verità, la domanda più frequente è “ma è sicuro?”. Considerate che il 90% della popolazione che attualmente vive sulla Terra è nata in casa. Ma questa è solo una curiosità. In Olanda, dove il parto a domicilio ha una lunga tradizione, il 33% dei bambini nasce tra le mura domestiche. Una consuetudine comprovata dai fatti: secondo dati del 1986, ad esempio, il tasso di morte neonatale nei parti in casa era del 2,2 per 1000 contro il 13,9 dell’ospedale. Passando all’Italia, la regione in cui questa opzione è più diffusa è l’Emilia Romagna, con lo 0,85% (dati del Ministero della Salute, 2004). Una cifra irrisoria, ma negli ultimi tempi c’è stata una lieve inversione di tendenza.

Molte ricerche internazionali indicano che il parto in casa è sicuro. “Il parto a casa, se la gravidanza non è a rischio, è sicuro come in ospedale”, secondo il professor Simone Buitendijk del TNO Institute for Applied Scientific Research, che ha condotto nell’aprile del 2009 in Olanda una ricerca su 530.000 nascite (pubblicata dal British Journal of Obstetrics and Gynaecology).

Ma appunto, si tratta di donne senza complicazioni della gravidanza: che non hanno precedentemente partorito col cesareo, il cui bambino si trova nella posizione ottimale e non ha difetti congeniti. Quasi un terzo delle donne che hanno iniziato il travaglio a casa, hanno dovuto essere comunque trasferite in ospedale perché sono insorte complicazioni, per esempio un battito cardiaco fetale anomalo, o la necessità di antidolorifici più efficaci per la mamma.

Ma anche i questi casi, il rischio corso da madre e figlio non è risultato maggiore che se la madre fosse stata fin dall’inizio in ospedale, ha osservato il professor Buitendijk.

Nel Winterton Report, redatto in Inghilterra nel 1992, si sottolinea che “incoraggiare tutte le donne al parto in ospedale non è giustificabile dal punto di vista della sicurezza”. Non solo. Nel rapporto (che contiene oltre 100 raccomandazioni su gravidanza, travaglio e cure perinatali) si afferma inoltre che “non esiste evidenza convincente o inoppugnabile che gli ospedali diano una garanzia migliore di sicurezza per la maggioranza di mamme e bimbi. E’ possibile, ma non provato, che sia il contrario”.

E ancora: il Medical British Journal ha pubblicato nel 1986 un editoriale a favore del parto in casa: “La maggior parte degli indicatori suggerisce che il parto a domicilio non presuppone un rischio maggiore dovuto agli interventi. E’ importante che l’opzione del parto in casa sia disponibile, specialmente per le donne con una gravidanza a basso rischio, alle quali bisogna consentire una libera scelta”.

Una libera scelta: questo è il problema! Come si fa a fare una libera scelta senza avere le informazioni necessarie? E non dico nulla di strano quando affermo che le istituzioni, i governi e la classe medica probabilmente non promuovono questa opzione anche per motivi economici (un cesareo viene rimborsato il doppio di un parto vaginale) e legali (di fronte a un parto cesareo è molto difficile, se non impossibile, fare causa al ginecologo).

Infine, riporto i risultati del più vasto studio americano sul parto a domicilio (l’autore è Lewis Mehl, 1976) in cui sono stati messi a confronto 1046 parti in casa con altrettanti parti in ospedale. E’ emerso che in ospedale il numero di tagli cesarei era tre volte superiore rispetto alle nascite in casa, l’uso del forcipe 20 volte più frequente e i casi di alta pressione nella mamma cinque volte superiori. Inoltre, triplicate le percentuali di sofferenza fetale durante il travaglio, di difficoltà respiratorie del neonato e di emorragia post-parto, e quadruplicate le infezioni neonatali. Il tasso di mortalità neonatale? Era lo stesso, mentre non si era verificata nessuna morte materna in entrambi i gruppi.

Elisabetta Malvagna

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