Malattie pediatriche: relazione medico-paziente, dalla cura al prendersi cura

Se da una parte sembra superato l’antico senso di devozione e riverenza riservati al medico-guaritore delle comunità di un tempo, dall’altra lo sviluppo scientifico e tecnologico della medicina ha fatto sì che le aumentate richieste di soluzioni rapide ed efficienti poste al medico lo hanno reso simile allo sciamano verso il quale si riversano aspettative magiche.

Si assiste così ad un processo in cui sempre più si chiede alla medicina e sempre meno si accetta la possibilità che vi sia un limite e una non riuscita del suo intervento.

È importante invece che sia il medico che il paziente recuperino il senso della loro relazione, collaborino alla comprensione della malattia e comprendano che proprio la relazione ha in sé un potenziale terapeutico tale da influenzare il decorso della malattia. Una relazione caratterizzata da un equilibrio di forze in cui sta alla persona in prima linea sentirsi responsabile e consapevole della propria salute e al medico poi porsi come adeguato contenitore dell’ansia del paziente e capire che ciò che comunica non è mai solo una semplice diagnosi medica ma anche un delicato insieme di contenuti emotivi.

Questa attenzione ai molteplici aspetti della salute/malattia è ascrivibile al passaggio dal modello biomedico, che tiene separati mente e corpo ed è centrato sull’aspetto biologico e organico della malattia, al modello biopsicosociale in cui ogni condizione di salute e di malattia è vista come la complessa interazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Non esiste più solo il farmaco miracoloso che risolve il problema, insomma non è la medicina che possa (o debba!) darci elisir di eternità e bellezza (questo particolare sfugge spesso non solo al paziente ma anche al medico!).

In questa ottica ci si sofferma a capire più ciò che genera salute piuttosto che malattia, si pensa alla prevenzione piuttosto che al rimedio, si investe sul benessere e sulla persona più che sulla cura. E così anche tutta la ricerca medica e scientifica dovrebbe andare in questo senso, ossia quello globale che cerca di capire l’origine di certe disfunzioni più che cercare cure e rimedi.

Tutti questi aspetti diventano ancora più importanti quando si parla di infanzia. Possiamo dire che è proprio nei primi anni di vita, e in modo particolare nell’epoca fetale e alla nascita, che l’individuo accumula tutto il potenziale di salute, sia psichica che fisica, che lo accompagnerà per tutta la vita.

Ma se da una parte vediamo che sono state debellate molte delle antiche malattie infettive infantili, dall’altra proprio nell’infanzia si assiste ad un aumento di nuove patologie che si potrebbero definire “da benessere” (inteso economico-commerciale!) quali obesità, mal di testa, disturbi dell’alimentazione e del sonno, sindromi di iperattività..

La mia esperienza di lavoro presso un ospedale pediatrico mi ha fatto incontrare realtà molto forti, di bambini con gravi malattie anche mortali. Queste condizioni, che ho spesso letto come espressione della sofferenza umana e sociale, mi hanno lasciato sempre anche molti interrogativi aperti, dubbi e angosce profonde che forse resteranno irrisolti…

Anche in malattie di questo ordine, considerate “organiche”, ho potuto constatare quanto in età pediatrica mente e corpo siano sempre incredibilmente embricati e come spesso la malattia nel bambino sia anche un modo di esprimere le varie difficoltà del crescere. Col suo carico di sofferenza e di imprevedibilità la patologia porta a interrogarsi sulla condizione umana, sull’opportunità di comprendere a fondo le relazioni familiari e sociali. In un approccio integrato di questo tipo è possibile, quando le condizioni lo consentono, osservare che con la presa in carico sul piano affettivo e psicologico del bambino e della famiglia si ha un parallelo miglioramento delle condizioni fisiche e un attenuarsi della patologia.

Questo perché è bene ricordare che la malattia non ha solo aspetti negativi e debilitanti da combattere ma bensì da ascoltare a fondo e, qualora vi siano gli elementi predisponesti, può portare con sé un’importante occasione di riflessione e di crescita per la famiglia e per tutta la società.

“Basta” iniziare non solo a curare ma a prendersi cura in modo da soddisfare la richiesta del paziente di essere riconosciuto più come bambino e persona che come malato. Chiunque chieda aiuto non cerca una diagnosi ma un altro essere umano in cui potersi specchiare!

Ornella Piccini

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