In Benin bambini venduti per 40 euro…

Il Benin è un Paese in cui si scambiano merci di ogni genere, bambini compresi. Dai 5 anni in su. Venduti da genitori disperati a trafficanti professionisti per l’equivalente di 40, 60 euro, o affidati a parenti che promettono studi e carezze e invece sono intermediari delle mafie: li trascinano in Nigeria, Gabon, Costa d’Avorio, Congo, per piazzarli come domestici, nelle cave, fra le bancarelle dei mercati.

Nel 2001 il mondo leggeva del battello Etireno, che vagava nel golfo di Guinea con il suo carico umano: i baby-schiavi erano solo 43, ma bastò per indagare e accorgersi che il Benin era, e rimane, la piattaforma della tratta di bambini nell’ovest africano.

Un rapporto del governo e dell’Unicef indica oltre 40mila giovani vittime ogni anno. Otto su 10 attraversano, senza documenti, frontiere di burro: via terra in Nigeria, per mare in Gabon. L’86 per cento sono femmine. Come Bernadette. Come Elizabeth ed Esta, 13 e 12 anni, sguardi disorientati, appena rimpatriate e accolte dalle Salesiane: vendute dagli zii come serve in Nigeria, si sono incontrate e sorrise al consolato beninese di Lagos e da allora sono inseparabili. Hanno dimenticato la lingua fon, parlano un ostico melange di yoruba e inglese di Lagos. La ricerca delle loro famiglie è appena cominciata.

«I numeri non sono che stime per difetto» ammette il sottosegretario al ministero per la Famiglia e l’infanzia, Rigobert Hounnouvi, che si esprime in merito alla legge del 2006 che finalmente punisce i mercanti d’infanzia, e dell’accordo con la Nigeria per frenare l’emorragia umana. Tuttavia fa intendere che il budget ridicolo del suo ministero paralizza l’azione, e il fatto che solo il 60 per cento dei nuovi nati sia registrato all’anagrafe produce eserciti di baby fantasmi.

Il corpo di polizia creato contro la tratta dei minori, con soli 12 uomini, non fa che il solletico ai trafficanti: il numero verde per le denunce è sempre occupato, e i 26 bambini appena intercettati su una nave diretta in Gabon sono stati frettolosamente rispediti da padri che dopo due settimane li avevano già rivenduti.

Racconta suor Maria Antonietta Marchese, una vita da insegnante in Piemonte, ora missionaria a Cotonou: «Non è solo la povertà, la radice della compra-vendita. È una tradizione degenerata: si chiama vidomegòn, l’affidamento di bimbi poveri a famiglie facoltose per farli studiare. Ormai anche i funzionari statali vanno nei villaggi in cerca di piccole serve o baby sitter».

Ecco alcune testimonianze:

Bernadette, a 13 anni è già veterana della vita. La zia convince i genitori ad affidargliela, quando aveva 7 anni: «La porto lontano da questa miseria, la faccio studiare». La infila in auto, all’alba, verso la frontiera di Kraké che separa il Benin dalla Nigeria. Nella bolgia del mercato addossato al confine, le piazza una tanica d’acqua in testa e pacchi di biscotti sotto braccio. «Portali oltre la sbarra, non voltarti. Io sono dietro di te».

Bernadette esce dal Benin così, come 40mila piccoli fantasmi ogni anno. Nessuna domanda. Nessun controllo. La zia la raggiunge, la porta a Lagos. La mette a lavorare nel suo spaccio di bibite con altre due piccole beninesi: le ribattezza tutte Fumilajo, perché cancellare memoria e identità rende docili i bambini.

«Ci svegliava alle 5 e fino a sera portavamo pesi, vendevamo, pulivamo. La zia ci dava poco da mangiare perché costava. Ogni tanto tornava dai miei genitori a chiedere soldi per la mia scuola ».

Bernadette è analfabeta e stremata dalle bastonate. Un giorno fugge, d’istinto. Si nasconde nell’immondizia. Per due anni vaga da un centro d’accoglienza all’altro finché arriva dalle suore Salesiane di Cotonou, capitale economica del Benin.

Loro la iscrivono a scuola, rintracciano i suoi con un appello alla radio ma decidono di tenerla con loro: la zia reclama la piccola manovale, i genitori prima o poi cederebbero, e Bernadette sarebbe ancora in marcia sulle rotte degli schiavi.

Ruphine ha 18 anni e parla un ottimo francese. Suor Maria Antonietta l’ha vista per strada un giorno di 11 anni fa, in mutande e canotta, carica di sacchi di riso. «Sono una bambina domestica e voglio andare a scuola» le ha detto la piccola. E la sua padrona, per non farsela portar via, l’ha rinchiusa al buio, senza scarpe, in una sacrestia. «Ho pianto per la prima volta» sussurra Ruphine «nessuno sarebbe venuto a salvarmi».

Invece il padre, che pure l’aveva venduta, ha sentito qualcosa dentro e l’ha cercata per portarla dalle suore. Ruphine è cocciuta, brava a scuola. «Voglio fare l’ostetrica, per dimostrare a mio padre che sono capace di grandi cose. Persino di dare la vita».

Fonte: Corriere.it


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