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federica.mazzoli | Pedagogia

Sport e Attenzione: perché rafforzare le abilità attentive divertendosi (e sudando) è possibile…

21 Febbraio 2010

adhd-sportA questo punto entra in gioco lo Sport…Vi chiederete perché…

Perché l’apprendimento motorio complesso richiede un intervento diretto del Processore Centrale.

Durante l’apprendimento di una attività ludico sportiva si possono affrontare diversi e importanti aspetti del sistema esecutivo (gestione della frustrazione, controllo dell’interferenza, sviluppo delle risorse) calibrando le difficoltà sulle reali risorse del soggetto che sarà impegnato in esercizi gradualmente sempre più complessi.

I bambini con SAS debole sollecitati correttamente e spinti al limite massimo delle loro risorse (come è necessario che accada sia nei campi e nelle palestre sportive sia “a casa”) possono chiedere di abbandonare l’attività se non ben agganciati psicologicamente.

Un istruttore preparato, consapevole di allenare determinate funzioni, andrà infatti a “lavorare su un dente cariato che duole” e la prima reazione di alcuni dei nostri ragazzi sarà quella di abbandonare.

Il genitore avrà l’arduo compito di verificare, quando il bambino dirà di non voler più andare a praticare, se ciò sia dovuto a noia da ipostimolazione (abbandonato nel gruppo dove vengono considerati solo i più bravi); a vessazioni e maltrattamenti di allenatori troppo “convinti” e poco preparati o alla giusta stimolazione del SAS che mette inevitabilmente in difficoltà (Benso, 2007).

Risulta chiara l’importanza della scelta di un buon allenatore che prima ancora di essere un “tecnico” dovrà essere osservatore capace e sensibile. Come premesso il bambino con SAS debole è portato a fuggire non appena sente che viene sollecitato proprio in quelle determinate funzioni che sono i suoi punti di debolezza.

Si sottolinea, per rincuorare quanti di voi si sono già visti sconfitti, che quando il bambino supera il periodo critico dello stress e gestisce la frustrazione, diventa per lui motivante la maggior capacità di concentrazione, di attenzione sostenuta e di controllo; abilità che potranno essere trasferite efficacemente in altri ambiti.

Torniamo alla domanda…Perché la componente motivazionale ed il carisma dei singoli allenatori giocano un ruolo fondamentale nel coinvolgimento di quei bambini con i quali, per diverse ragioni, non è possibile (o è più difficile) lavorare con training cognitivi.

Non sono infatti da sottovalutare i sentimenti di impotenza appresa, bassa autostima ed insicurezza sviluppati dai ragazzi che vivono quotidianamente questi disagi che possono indurre a condotte oppositive di evitamento del compito (e quindi del training) ed ansia da prestazione. Cosa possiamo fare in questi casi?

Ci arrendiamo, lasciando i nostri ragazzi in balia delle loro difficoltà a cui hanno fatto fronte con strategie funzionali per loro ma deleterie? Oppure scegliamo di combattere, utilizzando un’attività sportiva (o meglio un allenatore) che svilupperà le risorse e renderà nel tempo il nostro ragazzo in grado di vedersi con altri occhi?

E per affrontare l’ansia da prestazione e l’elevata emotività?

Anche su questo fronte lo sport può venire in nostro aiuto.

Perché l’esposizione graduale agli stressor durante le manifestazioni sportive e le gare rappresenta un valido aiuto, insieme al rafforzamento delle abilità, per arginare lo “sconfinamento emotivo” e potenziare il sistema di controllo (Benso, 2007).

Per evitare fraintendimenti e conclusioni superficiali è bene precisare che l’attività sportiva è una delle pedine fondamentali di un progetto che lo psicologoneuropsichiatra costruisce (e ri-costruisce) attorno al bambinoragazzo e che comprende la famiglia, la scuola, gli educatori e le altre figure professionali presenti nell’entourage.

Una volta comprese le ragioni della nostra scelta è fondamentale individuare alcune caratteristiche necessarie per raggiungere il seguente obiettivo: rafforzare il Sistema Esecutivo e l’attenzione nelle sue diverse componenti.

Iniziamo con una distinzione: gli sport situazionali (tennis, scherma, arti marziali) ed individuali (equitazione, atletica, danza, nuoto) meglio si addicono al recupero. In questi sport il rapporto individualizzato tra allenatore ed allievo permette una strutturazione dell’allenamento ad hoc indispensabile per stimolare il soggetto al raggiungimento e al mantenimento (più a lungo possibile) del limite massimo delle risorse attentive del momento; quanto espresso non è impossibile ma è sicuramente più arduo da mettere in pratica in uno sport di squadra dove l’allenamento deve essere tarato sul gruppo e non sul singolo.

E’ importante sottolineare, inoltre, che negli sport di squadra un bambino attentivamente debole (e quindi facilmente distraibile e con un sistema emotivo più difficile da controllare) corre il rischio di essere escluso dal gioco o emarginato negli spogliatoi; tutto ciò con inevitabili ricadute sull’autostima e sul suo senso di autoefficacia.

Non spaventiamoci da quanto espresso sinora se il nostro bambinoragazzo non vuole sentire parlare che di calcio o di pallavolo; infatti ci sono ancora due criteri di base da tenere in considerazione. Per prima cosa, a prescindere dal tipo di attività, è fondamentale la scelta dell’istruttore; la competenza, la preparazione ed il carisma del singolo potranno infatti sopperire ai limiti di ogni sport.

Secondo, ma non meno importante, è sempre bene tenere in considerazione le passioni e le preferenze dei nostri bambini, inconsapevoli protagonisti attivi del loro stesso recupero, per sfruttarne al massimo la spinta motivazionale.

Concludendo, prendere in considerazione il coinvolgimento del SAS in ogni allenamento dovrebbe essere un dovere di ogni buon allenatore che non dovrà solo fornire le abilità tecniche ma dovrà accompagnare per mano il bambino alla scoperta del piacere del benessere psicofisico perseguendo un miglioramento della qualità di vita che in realtà spetterebbe a tutti noi.

Federica Mazzoli

Per il contributo alla stesura di questo articolo ringrazio Gabriele Di Giosia, per i suggerimenti, la condivisione e la passione con cui svolge il suo “secondo lavoro”.