Gaza: metalli contaminati nei capelli dei bambini


E’ il risultato di uno studio pilota condotto dal New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti con base in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate.

La ricerca fa seguito a quella pubblicata dal Nwrg il 17 dicembre scorso, con la quale il gruppo aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree circostanti i crateri lasciati dai bombardamenti. Quelle analisi avevano scoperto anomale concentrazioni di metalli tossici nei crateri, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose per via cutanea, respiratoria e attraverso gli alimenti.

Con il nuovo studio, ora, il gruppo si è posto l’obiettivo di verificare se le persone siano state effettivamente contaminate.

Il Nwrg ha esaminato campioni di capelli appartenenti a 95 persone, in larga maggioranza bambini. Tra loro anche sette donne in gravidanza e 4 feriti. I risultati dello studio hanno stabilito che la distribuzione media dei contaminanti metallici nei capelli degli abitanti delle tre località in cui sono stati effettuati i test, Beit Hanun, Gaza-Zeitun e Beith Lalya, è più elevata rispetto alla media, in circa 60 casi di oltre il doppio.

L’indagine ha rilevato insolite concentrazioni di metalli nei capelli che indicano la loro elevata presenza nell’ambiente, un fatto che può provocare nel tempo danni alla crescita e alla salute come conseguenza della esposizione cronica. In diversi campioni sono stati individuati metalli carcinogenici o tossici, come cromo, cadmio, cobalto, tungsteno e uranio, mentre in uno dei feriti è stato misurato un livello inusualmente elevato di piombo.

Per 39 delle persone esaminate la compresenza di più metalli e/o la presenza di metalli carcinogenici hanno spinto i ricercatori a raccomandare per loro ulteriori controlli.

Lo studio, che è durato diversi mesi, ha misurato la concentrazione nei capelli di 33 metalli, con analisi ICP/MS (una tipologia di spettrometria di massa altamente sensibile). Le tracce di metalli nei capelli indicano la presenza delle stesse sostanze nell’organismo, che potrebbero essere entrate in circolazione nel sangue e penetrate negli organi.

L’analisi del capello rappresenta una tecnica non invasiva, che permette di stimare il problema evitando prelievi del sangue o biopsie. Per questo motivo le indagini di contaminazione ambientale basate sulla analisi dei capelli sono raccomandate dalla Environmental Protection Agency (Epa) e la International Atomic Energy Agency (Iaea).

I risultati delle indagini sono preoccupanti: anche se le quantità di metalli in eccesso, infatti, non sono superiori di 2-3 volte a quelle presenti nei capelli di persone non contaminate, questi livelli possono essere comunque patogenici in situazioni di esposizione cronica.

Il problema, infatti, spiega la professoressa Paola Manduca, è ora quello di eliminare le cause della contaminazione: “L’identificazione dei soggetti con confermato e persistente carico elevato di metalli – sottolinea – richiederebbe la rimozione del soggetto dall’esposizione, l’approccio terapeutico più idoneo in vista della mancanza di prove sull’efficacia e la sicurezza del trattamento chelante, sopratutto nei bambini.

Questo presenta gravi problemi nella situazione attuale di Gaza, dove la costruzione e la rimozione delle strutture danneggiate è resa difficile o impossibile, e certamente rappresenta la grave responsabilità di coloro che dovrebbero porre rimedio i danni alla popolazione civile, secondo le leggi internazionali”.

Allo studio hanno lavorato Mario Barbieri, del Cnr, e Maurizio Barbieri, docente di geochimica ambientale all’università La Sapienza di Roma, e responsabile del laboratorio di spettrometria di massa Icp, dove sono state realizzate le analisi, e Paola Manduca, genetista. Lo studio è stato possibile grazie alla collaborazione sul campo dell’associazione Gazzella onlus.

Fonte: Finanza in chiaro.it

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