Il bambino vittima di violenza assistita

Si intende per “violenza assistita” quella condizione di maltrattamento in cui viene a trovarsi il bambino spettatore di violenze, di abusi, di maltrattamenti di un genitore ai danni dell’altro (solitamente la madre), consumate per lo più fra le mura domestiche.

In verità però, è corretto parlare di violenza assistita anche di fronte a fatti meno eclatanti, laddove il bambino, più o meno quotidianamente, è spettatore di modalità relazionali fra i genitori che, pur senza arrivare alle mani o ad episodi aggressivi estremi, è fondata sulla violenza verbale e su litigi cronici.

Di questi ultimi casi si parla poco, forse perché la si considera la forma meno grave di abuso ma non per questo il bambino, coinvolto in dinamiche famigliari improntate all’aggressività verbale e alla prevaricazione, può dirsi esente da maltrattamento.

Le statistiche ci dicono che altissima è la percentuale degli abusi e delle violenze intradomestiche consumate da partner violenti ai danni della moglie o della compagna, spesso sotto gli occhi dei figli, spettatori innocenti di tanto male.

I danni causati dalle violenze fisiche e dagli abusi sessuali commessi dagli adulti sui minori sono certamente noti a tutti gli operatori psico-socio-sanitari, così come agli operatori del diritto; molto meno noti ed esplorati risultano invece i danni riportati dai figli che assistono alle violenze commesse da un famigliare ai danni dell’altro e ancora meno conosciuti gli effetti pregiudizievoli sui bambini di quella situazioni famigliari in cui non si arriva a compiere gesti di violenza estrema, ma predominano dinamiche relazionali fondate sull’attacco, sull’aggressività verbale e sullo scontro.

Mi è capitato spesso di raccogliere i racconti di donne vittime di violenze ad opera dei partner pronte a giurare che i figli non si sono mai resi conto di nulla, che stanno crescendo sereni e adeguati, che il padre non ha mai usato violenza nei loro confronti, che erano troppo piccoli per comprendere, che le violenze avvenivano la sera quando i bambini già dormivano e che, insomma, non corrono alcun rischio evolutivo.

Credo che questa apparente inconsapevolezza, che accomuna molte donne con vissuti di violenza intrafamiliare costituisca, in verità, più un alibi che non una convinzione, per non dover ammettere di avere tollerato che i bambini vivessero un clima famigliare intriso di violenze e di soprusi.

E’ noto che il bambino percepisce molto più di quanto non veda e non è necessario che assista in diretta all’episodio di violenza per cogliere tutto il senso di precarietà e di vulnerabilità che domina in casa: il bambino, anche se piccolo, è un essere straordinariamente recettivo, che coglie la violenza dagli occhi pieni di dolore della madre, che vive il clima di costante all’erta in cui la propria madre vive e che si accorge, pur non dicendolo, dei lividi che vede sul corpo della genitrice e per i quali lei incolpa sempre se stessa (non ho visto lo spigolo, sono scivolata dalle scale e così via).

Tutto questo genera nel bambino un senso di profonda insicurezza, di ansia, di stress emotivo e non raramente è anche causa di conflitti di lealtà confondenti perché il bambino percepisce che non può fidarsi di nessuno e neppure della madre.

Il bambino che cresce in un contesto famigliare in cui primeggiano le modalità aggressive fra i genitori o di un genitore ai danni dell’altro è esposto ad un rischio evolutivo altissimo, perché ne viene intaccata in modo irreversibile la fiducia verso le figure parentali di maggior riferimento, con un danno alle relazioni di attaccamento destinato ad amplificarsi con la crescita e con il rischio di sfociare anche in disturbi della personalità più o meno gravi.

Affrontando il tema della violenza assistita dal mio punto di vista di operatore del diritto impegnato sul fronte della famiglia, la domanda che mi pongo è: “Come posso aiutare questo bambino o questa donna ad interrompere il ciclo vizioso della violenza?”.

E’ chiaro che la mia formazione di giurista non mi consentirà di alleviare il dolore e la sofferenza psicologica e morale del soggetto abusato o maltrattato, occorrendo per questo mirati percorsi di assistenza psicologica e di sostegno alla genitorialità che competono ad altre figure professionali; se però l’avvocato può almeno assicurare alla vittima di violenza, sia essa donna o bambino, di ricevere le tutele che l’ordinamento appresta, almeno si avrà la convinzione di aver fatto tutto quanto nelle nostre possibilità.

Deve essere recepito dalla donna che è anche madre e che subisce più o meno regolarmente violenze e maltrattamenti domestici che la sua responsabilità principale, come genitrice, è quella di prendere il coraggio e uscire allo scoperto quanto prima possibile, denunciando il partner violento o abusante e richiedendo all’ordinamento tutti i più opportuni strumenti a tutela di sé e soprattutto dei suoi bambini.

E sono convinta che in questo percorso, indubbiamente fonte di grandissima sofferenza per la donna, il ruolo dell’avvocato sia di fondamentale importanza, perché è l’alleato del quale la vittima può e deve fidarsi per riconquistare la sua dignità umana, portando in salvo quei figli che, in contesti di coppia così travagliati e devastanti, rappresentano l’unico patrimonio degno di essere amato e protetto.

L’avvocato che decide di patrocinare donne con vissuti di violenze e di maltrattamenti deve avere dalla sua parte, oltre ad una qualificata competenza professionale anche tanta pazienza e una spiccata dose di umanità.

Avv. Paola Carrera

Avvocato in Torino, membro del direttivo A.I.A.F., Piemonte e Valle d’Aosta


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