Il licenziamento della lavoratrice madre


L’arco temporale in cui opera il divieto di licenziamento si estende dall’inizio del periodo gestazionale sino al compimento del primo anno di vita del bambino.

Questa tutela è stata estesa anche ai genitori adottivi, a condizione che i medesimi si avvalgano dei rispettivi congedi parentali ed è questa una importante conquista di civiltà, atteso che segna il passaggio da una concezione della maternità come fatto puramente “biologico” e strettamente circoscritto alla donna ad una protezione in senso più ampio della funzione parentale, con l’obiettivo di assicurare ad entrambi i genitori lavoratori garanzie paritarie e più omogenee.

Il licenziamento ugualmente intimato durante il periodo di tutela legale è affetto da nullità, di conseguenza la lavoratrice può ottenere il ripristino del rapporto di lavoro mediante la presentazione al datore di lavoro di idonea certificazione attestante, all’epoca del licenziamento, le condizioni che lo vietavano.

Spetta alla lavoratrice illegittimamente licenziata il pagamento di tutte le retribuzioni maturate successivamente alla interruzione del rapporto, come se il licenziamento non fosse, di fatto, mai intervenuto; la giurisprudenza ritiene che il datore di lavoro, anche se inconsapevole circa lo stato della lavoratrice ed anche in assenza di tempestiva richiesta di ripristino del rapporto di lavoro, è tenuto al pagamento delle retribuzioni maturate successivamente alla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Le uniche ipotesi in cui il divieto di licenziamento durante il periodo di tutela legale trova deroga sono contemplate all’art. 54 comma 3 del D. Lgs. 26.03.2001, n. 151 e sono le seguenti:

a) in caso di colpa grave della lavoratrice, costituente giusta causa per la risoluzione del rapporto di lavoro: l’individuazione dei fatti che legittimano la risoluzione del rapporto deve essere effettuata in maniera rigorosa, tenendo conto delle particolari condizioni psico-fisiche della lavoratrice;

b) in caso di cessazione dell’attività di azienda cui la lavoratrice è addetta (si è ritenuto legittimo il licenziamento anche nell’ipotesi di chiusura del solo reparto cui la lavoratrice era addetta, a condizione che il reparto avesse autonomia funzionale e che la lavoratrice non fosse collocabile in altro reparto);

c) in caso di ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice era stata assunta ovvero di risoluzione del rapporto di lavoro per scadenza del termine: ipotesi questa che si riferisce dunque ai soli contratti a tempo determinato e non anche al contratto a tempo indeterminato;

d) in caso di esito negativo del periodo di prova previsto in contratto: il licenziamento è legittimo solo se il datore di lavoro non è a conoscenza dello stato di gravidanza della dipendente perché, in caso contrario, al fine di tutelare la lavoratrice da eventuali abusi e discriminazioni, è richiesto al datore di lavoro di motivare il giudizio negativo circa l’esito della prova così che il Giudice possa valutare i motivi reali del recesso.

Il legislatore ha esteso la previsione della nullità anche al licenziamento che sia stato intimato a seguito della domanda o della fruizione del congedo parentale da parte della madre lavoratrice o del padre lavoratore per malattia del bambino.

E’ onere della lavoratrice gradiva presentare tempestivamente al datore di lavoro la documentazione diagnostica attestante lo stato gestazionale; tuttavia, se la lavoratrice omette di assolvere a tale onere di informativa il datore di lavoro non è esonerato dal divieto di licenziamento durante il periodo protetto ma le conseguenze si pongono, esclusivamente, sul piano economico.

Vale a dire che, la lavoratrice avrà diritto a vedersi pagate per intero solo quelle retribuzioni maturate dalla data di presentazione della documentazione medica attestante lo stato di gravidanza.

Se il licenziamento è successivo al momento di presentazione del certificato medico, alla lavoratrice spetteranno dunque tutte le retribuzioni illegittimamente perdute.

Se, invece, il licenziamento precede l’invio del certificato, non spettano alla lavoratrice le retribuzioni riferibili al periodo intercorso fra la data del licenziamento e la consegna della documentazione diagnostica.

Avv. Paola Carrera

Avvocato in Torino, membro del direttivo A.I.A.F. Piemonte e Valle d’Aosta – Associazione Italiana Avvocati per la Famiglia e per i Minori

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